Aveva un incarico prestigioso, lavorava come funzionario bancario ad alto livello, poi un mercoledì di tre anni fa ha deciso che non sarebbe più entrato in ufficio. Tuttavia il suo non fu un colpo di testa, ma un passo che meditava da tempo. Oggi Andrea vive mettendo a frutto le sue passioni, come la scrittura, e organizza workshop in tutta Italia, dove racconta la sua esperienza di “scollocato” e la sua visione del futuro prossimo che ci attende.

Come nel caso di Simone Perotti, la decisione è arrivata dopo un’attenta pianificazione, un periodo di lunga introspezione e di grande preparazione interiore. Mentre mi parla, al telefono, sento tutta la fierezza e l’orgoglio di una persona che conduce una vita in cui si riconosce, senza i condizionamenti di una società che secondo lui (ma anche per me) andrebbe immaginata nuovamente attraverso criteri molto più umani.

Qualche tempo fa sul tuo blog hai fatto una stima delle tue spese quotidiane passate, quando eri un professionista in carriera e dovevi mantenere un certo tenore di vita. Hai scoperto che i 2/3 del tuo stipendio servivano per finanziarti l’appartenenza a quel mondo. Ora che hai cambiato vita, quali sono le spese mensili che devi sostenere? 
Sostengo le spese del restante terzo che sono molto poche. Sono i bisogni, quindi il cibo, qualche bolletta, qualche libro che compro e poco altro. Le spese si riducono a qualche migliaio di euro all’anno. Questa è la difficoltà del messaggio che lancio, ma anche il successo di quell’articolo letto da più di due milione di persone, che è confluito anche nel mio nuovo libro “Solo la crisi ci può salvare”, scritto con Paolo Ermani per Il Punto d’Incontro. La difficoltà è spesso credere che queste uscite siano quelle essenziali, perché ci si preferisce concentrare sui 2/3 mancanti, cioè sull’alibi che fa restare molti di noi incatenati alle nostre celle. È ovvio che dipende dalla condizione di ognuno, se parliamo di singoli o di famiglie, ma il punto è autoeducarsi solo alle spese essenziali. Alcuni tipi di uscite, per esempio, non le sostengo più.

Niente vacanze?
Dipende da cosa intendiamo. L’anno scorso Erika di Martino, la principale referente in Italia per l’educazione parentale, ha organizzato a Rimini un evento in cui ho fatto il relatore. Mi ha chiesto che tipo di retribuzione volessi, le ho proposto di farmi ospitare dal campeggio per una decina di giorni. Affare fatto. Abbiamo avuto entrambi il nostro bisogno soddisfatto però non è transitato un euro. Questo concetto per me e per te può essere scontato, ma per la maggior parte delle persone ancora non lo è. Il germe culturale sbagliato che ci hanno inserito nel cervello è che se non fai vacanze almeno di un certo tipo sei un pezzente; in realtà basta molto meno, ma bisogna essere pronti ad accettarlo.

 

Ho letto su Il Fatto Quotidiano del 7 marzo che l’Italia rimane il fanalino di coda fra i maggiori Paesi membri dell’Ocse per quanto riguarda la crescita. Puoi commentarmi questa notizia? Dal titolo del tuo ultimo libro devo dedurre che tu la ritenga una notizia positiva.. 
Bisogna sempre capire di quale crescita parliamo. Se intendiamo quella dell’Ocse o degli economisti classici, ben venga che siamo gli ultimi, perché quella crescita fondata sul Pil comprende gli sprechi, le armi e tante altre cose non funzionali al nostro vero benessere. Diverso è se ne intendiamo un’altra, che non viene insegnata all’università e di cui non ci parlano in tv, e che è la crescita delle relazioni umane e del nostro modo di essere. Quando nel libro diciamo che la crisi è una benedizione per l’occidente è perché vediamo in essa la possibilità di una riconcettualizzazione dell’intera esperienza umana. Non lo dico io, lo affermava Albert Einstein: “Quando devi risolvere un problema, non puoi partire dallo stesso livello di conoscenza che lo ha generato”. Noi oggi abbiamo dei problemi seri, ma se ci intestardiamo a volerli risolvere con le solite formule magiche del più crescita, più Europa, più economia, più scambi commerciali, non facciamo che aggravarli. Perché questo è esattamente ciò che li ha generati.

Tutto si riduce spesso a un biglietto da visita, a un vestito firmato, a più cavalli nel motore dell’auto. Da esseri umani che eravamo, siamo diventati “averi umani”.

Cosa dovremmo fare?
Dobbiamo spostarci da un piano di conoscenza sbagliato, che è quello di Adam Smith, padre del libero mercato (1776) e passare a un piano di conoscenza “superiore”, basato su altri binari. Relazionali, umani, postconsumistici. Non è vero che più cresce il PIL più stiamo bene. Nel momento in cui usciamo da quel paradigma e ne costruiamo un altro basato su valori diversi, capiamo che il vero benessere non è nel portafoglio, ma nelle persone che incontriamo ogni giorno, nella solidarietà e nella bellezza di condividere un progetto. Tutte cose che non vengono misurate dal PIL, ma che danno un senso alla nostra vita.

In cosa sbagliano oggi gli economisti più influenti?
Sbagliano perché sono strutturalmente incapaci di immaginare. Si sono incancreniti nelle loro logiche del passato e hanno paura della novità, sono rinchiusi in quelle che io chiamo “gabbie di comfort”. Questo è un problema che non hanno solo loro, ma anche tante altre professioni (dall’educazione alla medicina) e qui mi ispiro a Ivan Illich, che è stato il vero precursore delle cose che stiamo dicendo. Ha scritto un libro che si chiama “Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti” e parla di questa radicalizzazione del culto della iper-specializzazione in tutti i settori, che ci ha fatto smarrire la strada delle cose semplici.

Il reddito di cittadinanza sarà una soluzione strutturale a tutto questo pullulare di energie che ci sono intorno a noi e che non vengono riconosciute monetariamente dall’attuale sistema economico.

Nomini spesso “un certo immaginario dominante” che si starebbe sgretolando sotto i nostri piedi e che dovremmo decostruire. A cosa ti riferisci?
Parlo di questa cultura dell’eccesso e dell’accumulo che ci porta a essere in funzione di quello che abbiamo. In funzione di ciò che abbiamo, diventiamo “qualcuno” agli occhi degli altri. Tutto si riduce spesso a un biglietto da visita, a un vestito firmato, a più cavalli nel motore dell’auto. Da esseri umani che eravamo, siamo diventati “averi umani”.

La disoccupazione giovanile in Italia oggi si attesta al 40%. In un tuo recente articolo scrivi che il reddito di cittadinanza potrebbe essere la soluzione al problema. Pensi che questo tipo di sostegno costituisca solo un rimedio estemporaneo o credi che, in un futuro in cui il lavoro andrà pian piano a scomparire, dovrà diventare necessariamente la regola di ogni sistema di welfare? 
No, sarà strutturale per i motivi che sostengono molti personaggi della cultura e delle politica. Nella fattispecie penso anche a Rifkin e altri visionari, come me o come soprattutto Beppe Grillo, di cui ammiro la preziosissima capacità di intercettare le tendenze in atto. Il reddito di cittadinanza sarà una soluzione strutturale a tutto questo pullulare di energie che ci sono intorno a noi e che non vengono riconosciute monetariamente dall’attuale sistema economico. Queste energie devono allora essere tutelate e garantite da un sistema di salvaguardia sociale che consenta la sopravvivenza a quelle persone che magari non “lavorano” nel senso tradizionale del termine, ma che “operano”, cioè che danno vita alle loro passioni e attitudini. Il reddito serve non solo perché consente alle persone di accedere ai bisogni di prima necessità (non certo di cambiare il cellulare più spesso!), ma perché consente a tutti di condurre una vita all’insegna delle proprie passioni, purché ovviamente funzionali alla collettività.

Non basta dichiarare che si fanno le cose in modo “green”, perché per realizzarle servono dei materiali o delle risorse che non ci sono più o che stanno cominciando a scarseggiare.

Il reddito di cittadinanza appare sempre più come una scelta pragmatica, ma non è un controsenso che questo sia finanziato attraverso la tassazione alle imprese che operano nei mercati tradizionali? Intendo dire che i mercati si sono autodisciplinati per decenni a scapito del benessere delle persone e ora vogliamo riformare la società chiedendo a quei mercati di restituirci il malloppo. Non è un paradosso?
No, si può leggere come un meccanismo di ridistribuzione intertemporale. Il mercato tradizionale, che si è arricchito sfruttando un meccanismo distorto, è chiamato a rifinanziare una maggiore equità distributiva. Lo vedo come un processo circolare. Per parte mia, adotterei meccanismi redistributivi ancora più “feroci”: non mi limiterei cioè al reddito di cittadinanza, ma mi spingerei a introdurre delle misure forzose per riqeuilibrare la distribuzione del reddito. Ma attenzione: i soldi non andrebbero presi da chi ne ha le tasche piene per finanziare il mercato dei cellulari o delle auto. Andrebbero invece usati per avviare delle iniziative socialmente virtuose e orientate alla tutela dell’ecosistema. Non significa che se uno ha troppo lo deve restituire, perché se questo significa rimettere in moto il mercato che poi porta all’aumento dell’impronta ecologica, preferisco allora che “questo mercato” resti fermo. Il fine ultimo deve sempre essere la tutela della salute del nostro pianeta e nostra. Ricordiamoci che se non sta bene il nostro pianeta, non stiamo bene neanche noi.

In un’intervista radiofonica hai affermato che abbandonando il posto fisso hai smesso di essere quello che facevi e hai iniziato a fare quello che sei. È un modo per dire che eri identificato con il tuo lavoro?
Certo, è così per moltissime persone. Questa cosa si risolve ad esempio nei biglietti da visita, o nel fatto che, quando incontri una persona per strada, cosa racconti per prima cosa di te? Il tuo lavoro. Devi sempre anteporre quello che io chiamo un esoscheletro, una specie di corazza che ti omologa e ti inserisce in un contesto in cui ti senti a tuo agio perché sai di essere “capito”. È anche questa una gabbia di comfort. Bisognerebbe invece tornare a “fare ciò che si è”, guardandosi dentro e mettendo insieme le energie con quelle degli altri. Perché da soli non si va da nessuna parte.

Come te la immagini una società in cui non ci sarà più il lavoro?
Non vedo la deriva tecnologica futuristica che introduce ad esempio Rifkin, ma vedo piuttosto un ritorno alla terra, alle cose semplici. Ti consiglio un romanzo distopico molto bello e che viene prima dei vari Orwell, Huxley & C. Si chiama “Notizie da nessun luogo”, di William Morris. Descrive un’ipotetica società senza denaro, che ha esaurito la sua spinta tecnologica e ha deciso di tornare ai primordi, ha introdotto un sistema di relazioni umane e professionali avulse dal denaro. Il romanzo è esso stesso la storia di un sogno, quindi è doppiamente irrealistico. Io però non darei per scontato che questa overdose tecnologica investa trasversalmente tutti i settori, arrivando a cambiare la vita di tutti.

Mi fai un esempio?
Qualche giorno fa su un quotidiano online c’era la notizia di una macchina elettrica avveniristica che ti porterebbe in volo fino all’ufficio per presentare, ipoteticamente, dei prodotti stampati su dei pannelli di carta in una riunione. Ma scusa! Ci stanno prendendo in giro? Tu sprigioni tutte queste potenzialità tecnologiche per far vedere due immagini su un cartone? Le potevi mandare via mail! Queste cose si contraddicono da sole, perché vogliono illuderci che la tecnologia salverà il mondo. La deriva non può essere quella, oppure può essere quella per nicchie di popolazione sempre più ristrette, ma a livello di grandi numeri di quella macchina potranno beneficiare ben poche persone, perché ci sono i costi di produzione da tenere in considerazione. Non basta dichiarare che si fanno le cose in modo “green”, perché per realizzarle servono dei materiali o delle risorse che non ci sono più o che stanno cominciando a scarseggiare.

Oggi fai lo scrittore e il formatore. In due anni sei stato relatore in oltre ottanta conferenze, ma RICERCATI (il tuo nuovo workshop) è qualcosa di diverso: mi vuoi parlare di questa esperienza di “speleologia interiore” che promuovi con altri formatori?
Volentieri. Come formatore tengo già corsi per l’Ufficio di Scollocamento insieme a Paolo Ermani, che è il coautore del mio ultimo libro e del libro “Ufficio di Scollocamento” scritto con Simone Perotti. RICERCATI sarà qualcosa di completamente diverso: sarà un’esperienza molto forte e profonda, orientata alla ricerca e – speriamo – alla scoperta di sé. La formula, che prevede un massimo di quindici persone alla volta, è nata insieme ad Enrico, uno dei collaboratori del mio blog LLHT, nonché facilitatore specializzato nel Way of Council. Saremo ospitati da un agriturismo situato in mezzo a faggete ed abetaie, sull’Appennino modenese. E la cosa particolare – direi unica – è che intendiamo progettare questi workshop soltanto durante i pleniluni. Perché, durante la notte, sperimenteremo noi stessi – nel corpo e nella mente – in condizioni assolutamente insolite, passeggiando alla luce della luna per boschi e sentieri di montagna. Con noi ci sarà anche Michele, uno psicoterapeuta molto noto a livello locale, che ha un cuore grande come una casa. Noi per primi siamo impazienti di cominciare: pensa che nel giro di soli tre giorni ci sono arrivate richieste di replica in Friuli, in Lombardia e in Umbria. Eravamo consapevoli della forza di questo messaggio, ma neanche noi ci aspettavamo un tale entusiasmo!

Ci sono dei libri che in questi anni ti hanno aiutato più di altri a fare chiarezza sul quello che sarebbe divenuto il tuo stile di vita attuale e sulle tue odierne convinzioni?
La bibliografia che suggerisco si trova in questa pagina del mio blog.

Nel caso voleste organizzare una giornata di formazione con Andrea nella vostra città, compilate il questionario presente su LLHT. Sarete contattati una volta raggiunto un numero significativo di candidati per quella zona.