Sono andata a trovarla nel suo studio di Arona, in provincia di Novara. Ero curiosa di approfondire il suo stile di coaching, anche se avevo già intuito (la seguo on line ormai da tempo) che nella sua pentola bollisse molto di più di qualche tecnica meccanicistica in stile PNL. La mia perspicacia è stata ampiamente confermata perché Claudia promuove la crescita personale partendo dall’attenzione al presente e mantenendo uno sguardo tanto filosofico sull’esistenza da consentirle di lavorare sul dolore per trasformarlo. Come ci riesce? Uscendo dall’identificazione con la mente.

Comunemente si pensa al coaching come a un allenamento della mente, mentre trovo il tuo approccio molto più completo. L’hai imparato in una scuola?

Come in ogni professione ognuno ci mette del proprio e poi ci sono delle basi che sono comuni a tutti i coach. Le persone pensano che questa professione sia molto mentale perché negli anni passati i trainer in PNL si facevano chiamare coach, ma la PNL è semplicemente una tecnica, uno strumento. Un trainer in PNL o un coach in PNL non sono propriamente dei coach. Il coach va oltre la PNL e, se la usa, utilizza quella definita di “ultima generazione” che opera anche sulla mente somatica. Si è visto che agire solo sul cognitivo non porta a dei risultati permanenti.

Leggo sul tuo sito che il coaching è “una relazione temporanea tra coach e coachee dove crescita interiore e consapevolezza olistica vengono stimolate affinché siano rilasciati risultati permanenti”. Cosa intendi con il termine “olistico”?

Olistico deriva dal greco “olos” che significa tutto.“Olistico” vuol dire acquisire la consapevolezza dell’interazione di più piani tra loro. La consapevolezza olistica avviene quando si prendono in considerazione più sistemi. Vedi, possedere una consapevolezza cognitiva ha un certo significato, averne una cognitiva e una corporea ha un altro significato; possedere contemporaneamente la consapevolezza cognitiva, somatica e ambientale (cioè la consapevolezza dell’interazione che abbiamo con tutto ciò che  ci circonda, compresi i campi energetici) rafforza la coscienza di sé rispetto al tutto.

Il dolore si trasforma quando lo si vede e lo si accetta, chiaramente non è immediato, ma più smetto di identificarmi con il dolore che provo, più lo trasformo.

Spesso le persone sentono di ripetere degli schemi comportamentali da cui non riescono a sottrarsi. Come si sgretolano?

Quello che incide molto nel mio lavoro è la capacità del cliente di auto-osservarsi. Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza di sé, lavoro molto sulla disidentificazione del cliente dal suo problema. Parto dall’aspetto cognitivo, so che sembra una controsenso, ma è tutto collegato. Parto dalla presa di coscienza del comportamento. Legati a esso ci sono dei pensieri, delle emozioni, dei gesti. Individuare a livello cosciente quello che può essere il loop ti permette di intervenire sul problema, affrontando poi naturalmente i vari livelli, cioè quello cognitivo, somatico ed emozionale. Ti faccio un esempio. Se una persona ha paura di parlare in pubblico bisogna capire cosa c’è alla base di quel comportamento, capire cosa pensa in quel momento, quali sono le emozioni che prova, qual è l’emozione predominante, quali sono gli aspetti somatici che intervengono. Rompi il loop quando identifichi i vari passi che hanno generato quel comportamento, ma devi essere in grado di coinvolgere tutti gli aspetti in gioco.

Come molti maestri spirituali affermi che è importante imparare a stare nel dolore anziché combatterlo. In una società che medicalizza ogni aspetto della vita e che copre il disagio perché non è considerato un atteggiamento “vincente”, la tua appare come una dichiarazione fuori dal coro…

Bisogna saper stare nel dolore non perché si è masochisti, ma perché si ha la volontà di trasformarlo. Bisogna riconoscerlo e prendere atto che si sta manifestando. Non mi interessa da dove arriva, mi interessa vederlo e trasformarlo perché tutto è energia, anche il dolore, se io lo blocco perché non mi piace non faccio altro che provocare attrito e il conflitto genera altro dolore. Il dolore si trasforma quando lo si vede e lo si accetta, chiaramente non è immediato, ma più smetto di identificarmi con il dolore che provo, più lo trasformo. Ci sono delle tecniche specifiche, posso anche dirigere l’attenzione su un altro pensiero, un’altra immagine, anche solo esprimere un grazie di fronte al dolore lo trasforma, cambia la manifestazione del dolore, cambia la qualità dell’energia.

Abbiamo occidentalizzato molto le conoscenze antiche, in ogni caso l’approccio della Mindfulness è molto efficace per prendere consapevolezza di sé e dell’ambiente perché sviluppa la capacità di riuscire a ritornare padroni della propria attenzione.

Come ci si libera dall’ansia per il risultato?

Naturalmente non si può rispondere in due righe, ma se devo sintetizzare posso dirti che ogni forma d’ansia e ogni forma di depressione nascono dall’identificazione con la mente: una delle sue peculiarità è di essere sempre nel passato (come nel caso della depressione) o proiettata nel futuro (come nel caso dell’ansia).. Basta essere indietro o davanti anche solo di un attimo per non essere nel presente.. Per quanto riguarda l’ansia.. Sai quella sensazione per cui devi sempre far qualcosa? L’ansia e la depressione si trasformano nel momento in cui si riesce a essere presenti.. perché quando rimango nel qui e ora, esco dalla mente.

Utilizzi delle tecniche specifiche per insegnare a stare nel presente?

Ce ne sono diverse e si affrontano tutte in modo graduale. Io mi appoggio molto sulla Mindfulness. Ora si chiama così, ma già molti anni fa Georges Gurdjieff la chiamava “spostare l’attenzione in un certo modo”. Abbiamo occidentalizzato molto le conoscenze antiche, in ogni caso l’approccio della Mindfulness è molto efficace per prendere consapevolezza di sé e dell’ambiente perché sviluppa la capacità di riuscire a ritornare padroni della propria attenzione. Una delle tecniche che insegno è “l’attenzione divisa”. È una tecnica completa che genera la presenza, ti permette di mantenere il contatto con te stesso e contemporaneamente di essere attento all’ambiente che ti circonda. In una condizione ordinaria non ci riusciamo perché la nostra attenzione è perennemente rivolta all’esterno, siamo sempre fuori di noi e questo ci rende in balia delle nostre strutture mentali e delle nostre dinamiche. Per arrivare all’attenzione divisa bisogna esercitarsi molto perché la mente non è abituata e rischia di innescare delle resistenze forti, talvolta anche malesseri fisici.

Questa propensione rivolta alla ricerca, alla scoperta, alla convinzione che siamo qui per godere della vita, per essere felici integrando tutto quello che questo comporta, c’è sempre stata. Non è una visione solo positiva, è integrativa e si avvicina piuttosto alla sacralità della vita.

Perché una persona sceglie di intraprendere un percorso di coaching rispetto a uno di tipo psicologico?

Il coaching non è una terapia perché non si lavora sul passato, è un lavoro che tende a focalizzarsi sulla situazione presente e a creare degli obiettivi per migliorarla. Si evolve verso il futuro con tutta una serie di accorgimenti affinché questo futuro sia il più etico possibile, è inutile infatti aiutare il coachee a porsi degli obiettivi che non sono in linea con lui. Bisogna imparare a essere ecologici con se stessi, cioè bisogna rispettare il proprio sistema. Ti faccio un esempio. Circa venti anni fa ho avuto un momento di crisi, non sapevo come gestire una situazione che mi stava molto stretta e la prima cosa che ho fatto è stata quella di cercare uno psicologo. Appena ho messo giù la cornetta ho realizzato che non avevo bisogno di uno psicologo, ma di chiarirmi le idee. Alla fine ho chiamato il mio parroco perché volevo capire ciò di cui avevo bisogno. L’ho chiamato non perché io sia credente o praticante, ma perché lui era il classico prete fuori dalle righe che sapeva ascoltare e darti la dritta giusta senza condizionarti. Se ci fossero stati i coach, a quel tempo, sarei andata da uno di loro. Penso tuttavia che molti percorsi psicoterapeutici possano essere utili e ci sono degli psicologi che utilizzano dei metodi propri del coaching.

Nelle tue sessioni dai molta importanza al respiro. Mi spieghi perché?

Perché non ci ricordiamo di respirare, ma il respiro è un’àncora che ci permette di stare nel presente. La cosa che ci fa stare nel qui e ora è il corpo. Per uscire dalla mente devo entrare nel corpo, è il modo più semplice che abbiamo a disposizione. Entrando nella mente che chiamo somatica entriamo in contatto con delle conoscenze più profonde.

Nel tuo libro Lifesurfing scrivi a un certo punto che “è tutto giusto” (mi piace perché è come dire “Tutto è bello”). Credo di capire cosa intendi, ma me lo spieghi tu?

Torniamo al termine olistico. Non ci siamo solo noi, noi tentiamo a vedere le cose dal nostro punto di vista, ma siamo circondati dagli altri e da altri sistemi. Tutto è giusto, ogni cosa è gestita da determinate leggi come quella di gravità che determina quello che succede. Quando vedo il quadro da un punto di vista più ampio capisco che è tutto giusto, che tutto si sta muovendo in un determinato modo.

Quando e perché hai deciso di fare la coach?

Ho sentito parlare del coaching nel 2009 parlando con un amico che stava seguendo un percorso. Mi ha presentato il suo coach che poi è diventato il mio maestro. Devo dire però che fin da bambina avevo un’indole da “risolutrice di problemi”. Facevo grandi discorsi con i miei amici, mi ricordo che nel 1994 avevo aperto una pagina su internet – durata il tempo che doveva durare – che si chiamava “La casella dei consigli”. Questa propensione rivolta alla ricerca, alla scoperta, alla convinzione che siamo qui per godere della vita, per essere felici integrando tutto quello che questo comporta, c’è sempre stata. Non è una visione solo positiva, è integrativa e si avvicina piuttosto alla sacralità della vita.

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