E ci consente di conoscerci profondamente e senza barare. Lo sostiene un’analista filosofa che di voce e di conoscenza di sé potrebbe parlare – o cantare – per molte ore senza annoiare neanche un po’.

In qualità di analista filosofa e di cantante, tu ripeti spesso che la voce rivela chi siamo. Me lo confermi?

Sì, lo confermo, per esempio in questi giorni mi sono affaticata molto, oggi la mia voce è stanca e io non posso fare nulla per nasconderlo. La voce è rivelatrice della persona nei suoi stati emotivi, affettivi, ma anche – più in generale – è uno degli aspetti fondamentali nel processo di costruzione della nostra personalità, di quella che chiamiamo “identità”, che non è mai identica a se stessa, ma è sempre un processo in movimento, mai finito. La voce è un elemento costitutivo importante in questo processo, solo che ce ne occupiamo poco, quindi è un elemento poco conosciuto, o meglio: poco ri-conosciuto. Siamo così poco abituati a pensare al rapporto tra voce e persona che spesso ci capita di vivere un’esperienza perturbante quando ascoltiamo la nostra voce registrata: questo accade perché la voce “dice di noi” in modo sempre autentico e rivela cose di cui noi stessi spesso non sappiamo o non siamo consapevoli. Così, l’ascolto imprevisto di tanta “verità non prevista” genera un effetto di spaesamento, è perturbante, appunto.

Tutte le indagini che si possono avviare nella direzione della consapevolezza di sé, della ricerca di un senso all’esistere, o della capacità di entrare in relazione con un “tutto” al quale si appartiene… tutto è già rintracciabile nella voce, è presente nel timbro rivelatore, nell’impasto vocale che dà corpo a qualsiasi possibile parola, nel canto. Nella voce, tutte le dimensioni dell’umano coesistono, operano, trasformano e si trasformano insieme.

Possiamo definire la voce una parte del corpo?

Possiamo definirla come corpo, ma non come una sua parte. La voce non è una parte, è un’espressione corporea perché fisiologicamente basata su processi precisi che interessano il corpo. L’apparato fonatorio ha almeno tre componenti corporee importanti: la prima riguarda la capacità respiratoria, il cosiddetto mantice, la seconda la capacità vibratoria, che ha sede nella laringe, la terza è il congegno risuonatore che interessa le ossa che vibrano e amplificano i suoni. Ma la voce non si esaurisce nell’interazione (miracolosa e splendidamente orchestrata) di queste tre funzioni. La domanda apre a una riflessione interessante, perché è una caratteristica del nostro tempo e della nostra cultura il fatto che gli esseri umani pensino a sé stessi in modo parcellizzato, identificandosi con una parte del proprio corpo. È una tendenza abbastanza diffusa soprattutto tra gli adolescenti, e più ancora tra le ragazze. Forse sarebbe opportuno restituire a qualsiasi “parte” del corpo il suo nesso fondamentale, funzionale e relativo con tutto l’insieme, non solo del corpo, ma della persona. Quindi la voce è corpo ed espressione del corpo, è voce della persona ed espressione della persona. Anche dal punto di vista del lavoro su di sé la voce è uno strumento straordinario perché mentre è innegabilmente corpo, essa è innegabilmente anche il sostrato corporeo della psiche, e dello spirito, perché i pensieri e le domande di senso che formuliamo si esprimono in gran parte in parole, che sono fatte di voce. Tutte le indagini che si possono avviare nella direzione della consapevolezza di sé, della ricerca di un senso all’esistere o della capacità di entrare in relazione con un “tutto” al quale si appartiene… tutto è già rintracciabile nella voce, è presente nel timbro rivelatore, nell’impasto vocale che dà corpo a qualsiasi possibile parola, nel canto. Nella voce, tutte le dimensioni dell’umano coesistono, operano, trasformano e si trasformano insieme.

Perché cantare ci fa sentire così bene?

Per tanti motivi. Dal punto di vista fisiologico per delle ragioni complesse, ma molto precise. Il canto obbliga a un equilibrio tra espirazione e ispirazione, quindi tra immissione dell’aria e emissione dell’aria. Per i complessissimi rapporti che ci sono tra sistema simpatico e parasimpatico, l’espirazione più lunga dell’inspirazione (come avviene nel canto) genera una sensazione piacevole di benessere e di rilassamento. Dal punto di vista psicologico, se proprio vogliamo fare la divisione tra fisiologico e psicologico, l’adesione a un ritmo, a una melodia, hanno tutti degli effetti nell’essere “qui e ora” che solitamente cambiano la qualità della percezione di noi.

Forse il canto appartiene alla ricerca spirituale dell’uomo proprio perché pur essendo espressione di trascendenza consapevole, non si allontana mai dal corpo e dalla psiche. Tiene unite saldamente tra loro tutte le dimensioni dell’umano.

Quante relazioni sussistono tra canto e spiritualità?

Moltissime e non solo secondo me. Non credo esista una tradizione sapienziale o spirituale espressa dell’umanità che non abbia a che fare con il canto: è un dato interessante, significa che tutti gli esseri umani, tutte le culture di tutti i tempi messi di fronte a una domanda di senso, elaborano il canto forse non come risposta, ma sicuramente come percorso sapienziale. Dal mio punto di vista, non posso non vedere il passaggio che conduce dall’emissione vocale casuale e spontanea, alla consapevolezza della voce come corpo-strumento che suona all’interno di una gamma ricchissima di possibilità relazionali (armoniche o disarmoniche) con l’ambiente circostante; fino alla parola come possibilità relazionale che interessa tutto il corpo, proprio grazie alla voce; e ancora oltre, fino a giungere alla voce-parola a servizio della domanda di senso; per finire al canto come gesto contemplativo, espressione del rapporto con la trascendenza… Forse il canto appartiene alla ricerca spirituale dell’uomo proprio perché pur essendo espressione di trascendenza consapevole, non si allontana mai dal corpo e dalla psiche. Tiene unite saldamente tra loro tutte le dimensioni dell’umano. Nel canto puoi cercare di osservare ciascuna di queste dimensioni, ma le altre saranno comunque sempre presenti e non separabili. Integrate nell’intero che siamo.

Un parola pronunciata nel rumore, perde le sue caratteristiche di espressione della persona, di gesto comunicativo, si svuota come sono svuotate le pseudo-canzoni che hanno il solo scopo di riempire di rumore il silenzio vissuto come minaccia di vuoto.

Possiamo dire che nel canto la voce “riempie” lo spazio, mentre gli intervalli creano distanza tra i suoni. Quanto è importante, nel canto come nella vita, imparare a sospendere il suono, cioè a fare silenzio quando è il momento?

Il silenzio è molto importante, noi siamo abituati a vivere in contesti in cui il silenzio o non c’è mai o quando c’è fa molta paura. Basta constatare quanto sia difficile rintracciare il silenzio nei luoghi e soprattutto nei non-luoghi (per dirla con Marc Augé) che frequentiamo abitualmente. Viviamo immersi in un inquinamento acustico e sonoro dal quale non possiamo difenderci, che ci impedisce ogni la possibilità di silenzio. E di questo inquinamento fanno parte molti suoni che vengono assimilati al canto, ma che sono solo prodotti per sfuggire il silenzio e la sua minaccia. Il vero canto e la vera parola invece nascono dal silenzio, si stagliano sul silenzio. Anche nel nostro lavoro di ricerca insieme, come tu sai, dal silenzio si parte e dal silenzio si torna, il silenzio di fine e sempre diverso dal silenzio di inizio: la voce e il canto hanno trasformato il silenzio perché hanno trasformato me e la mia capacità di stare nel “qui e ora”. Il silenzio è fondamentale, perché è la condizione necessaria al canto, alla voce e soprattutto alla loro sacralità, cioè alla loro inviolabilità. Un parola pronunciata nel rumore, perde le sue caratteristiche di espressione della persona, di gesto comunicativo, si svuota come sono svuotate le pseudo-canzoni che hanno il solo scopo di riempire di rumore il silenzio vissuto come minaccia di vuoto. Il suono senza silenzio è bulimia, è maniacalità, è impossibilità di cercarsi e di vedersi. Il silenzio è non solo importante, ma indispensabile per un serio lavoro sulla voce e sul canto.

Quando hai scoperto la passione per il canto?

Non lo so di preciso, credo da sempre perché nella mia famiglia si usava il canto come manifestazione esplicita di affetto. Quando ero piccola non c’era l’abitudine che c’è oggi nelle famiglie di manifestarsi esplicitamente il bene e l’affetto: nella mia famiglia i momenti in cui si stava volentieri insieme, quelli in cui ci si scambiava senza parole il messaggio “guarda come stiamo bene qui insieme!” erano i momenti in cui si cantava. Cantavamo moltissimo, quello del canto è sempre stato quindi uno spazio connotato affettivamente e sempre in modo positivo. Senz’altro quello del canto è anche un linguaggio che mi appartiene, ma probabilmente il mio amore per il canto viene anche da là, da quelle cantate la sera o nei giorni di festa, con la mia famiglia e con gli amici più cari. Era un amore inconsapevole, all’inizio: ci sono vissuta dentro come il pesce vive nell’acqua senza saperla. Piano piano punto sono diventata sempre più consapevole sia della voce sia del canto che progressivamente sono diventati oggetti non solo di esperienza vitale e affettiva, ma anche di studio, di approfondimento e di interesse.

Ho letto recentemente una citazione molto bella attribuita a Novalis: “Ogni malattia è un problema musicale. Ogni cura è una soluzione musicale”. Cosa intendeva secondo te?

Non lo conosco bene, ma i nessi ci sono sicuramente, a partire dalle immediate costatazioni che hanno a che fare con il suono come vibrazione, come onda che fisicamente ha degli effetti sul corpo umano. Per esempio, ti racconto due esperienze che ho avuto quando ho sperimentato il canto armonico. Nel primo episodio, io stavo molto male per un problema meccanico alla schiena ed effettivamente il canto delle persone accanto a me, in qualche modo, ha generato una percezione di grande benessere e pace che aveva a che fare con il corpo. Inspiegabilmente e innegabilmente quello che è un disturbo che conosco molto bene, da molti anni, e che mi ha molto condizionato la vita, in quel caso ha avuto un decorso molto particolare. In quella circostanza il disturbo si è risolto in poche ore, mentre normalmente si risolve in molti giorni e a volte necessita anche di ricoveri ospedalieri, quindi quella è stata una cosa molto curiosa. Al contrario mi è successo anche che in una situazione in cui stavo bene e ho praticato del canto armonico con un altro maestro, ho sentito una situazione vibratoria sulla schiena che è il mio punto debole e nel giro di pochissimo tempo mi sono ritrovata a essere sofferente fisicamente. Gli effetti fisici del canto sul corpo li vediamo tutti i giorni quando un bambino sta poco bene: chi lo cura canta. Recentemente mi hanno raccontato un episodio bellissimo di un uomo che moriva e cantava in ospedale: il canto era il modo per affrontare il dolore e la paura più grandi, quelli della fine imminente e consapevole. Ma la possibilità di affrontare il dolore fisico e la sofferenza con il canto o con la musica è studiata: ci sono lavori molto belli sull’accompagnamento attraverso il canto alle madri che partoriscono, sull’accompagnamento musicale ai malati da parte del personale sanitario… sicuramente il nesso c’è e credo sia estremamente naturale, spontaneo. Solo che lo abbiamo perduto, ma il comportamento dei bambini, il comportamento delle culture molto lontane dalla nostra, i comportamenti spontanei che a volte si intromettono nelle nostre vite senza che noi li progettiamo, lo rendono evidente: è un nesso testimoniato da una pluralità di pratiche.

Dal 2013 tu organizzi dei laboratori di canto a Philo, la Scuola Superiore di Pratiche Filosofiche di cui tu sei co-fondatrice e docente. Possiamo quindi includere l’educazione alla voce tra le pratiche volte alla ricerca della saggezza?

Assolutamente sì. Se la voce come dicevamo prima è uno strumento per conoscerci in profondità, per conoscersi bene e autenticamente, senza possibilità di barare; se la voce è uno strumento esplicito, che va accolto, ascoltato, che non mente, se la voce ha la struttura ologrammatica che dicevamo, cioè è capace di tenere insieme il “tutto che siamo”, nella dimensione fisica, corporea, psicologia e spirituale, allora è chiaro che un lavoro sulla voce va verso la conoscenza approfondita di un sé complesso e fornisce occasioni di autenticità e di sguardi senza sconti. Per questo è senz’altro una pratica mirata alla saggezza.

Quest’anno a Philo hai promosso anche un ciclo di meditazioni sulla letteratura e sul canto. Sulla locandina hai messo un bellissima citazione di Léopold Sédar Senghor: “Là dove senti cantare fermati, gli uomini malvagi non hanno canzoni”. Me la commenti?

È difficile commentarla perché è bellissima, e ha un grande impatto emotivo, almeno su di me. Anche se non sono sicurissima che gli uomini malvagi non abbiano canzoni, letteralmente (però sospetto fortemente che sia proprio così). Dipende da cosa intendiamo per “non avere canzoni”. Più che sulla seconda parte del verso citato, mi piace soffermarmi sulla prima: “Là dove senti cantare fermati”: quand’è che sento cantare? Quando qualcuno accetta la possibilità di esporsi nel canto, cioè in qualcosa che non ci è più familiare e che tendiamo a nascondere. Mia suocera (che avrebbe oggi 93 anni) mi raccontava sempre di come una volta camminando per le strade si sentiva cantare, si condividevano canti con altre persone, si lavorava cantando…, oggi non lo si fa più, oggi cantare e permettere che altri ascoltino il proprio canto è un’operazione che richiede una tale pace con se stessi che è difficile poter pensare di metterla in atto in un momento di malvagità. Certo, tutti gli uomini e le donne nella loro vita sono anche malvagi, ma sicuramente il momento del canto è di tale connessione con sé che è difficile che prevalga la dimensione malvagia. Probabilmente quello del canto è un momento in cui sono aperta ad altro, dentro di me e intorno a me, negli altri. (Ovviamente non stiamo parlando qui del canto-rumore di cui dicevamo sopra, protagonista di molte esibizioni narcisistiche, ma del canto autentico, quello che nasce dalla profondità interiore). In un mondo in cui quando si canta è più facile essere additati come strani o dare fastidio, esporsi nel canto fino a permettere che qualcuno, per caso, ci ascolti, come nella poesia di Senghor, richiede una tranquilla fermezza e una serenità che poco si sposano con l’idea di malvagità. “Là dove senti cantare” ci lascia pensare a un luogo dove è in atto qualcosa che non ha a che fare con l’arroccamento di difesa e con il bisogno di aggredire tipici dell’aggressività.
Certo, si canta anche per andare in guerra, ma anche in questo caso, a ben guardare, il canto dei soldati è canto che rivela la dimensione umana spaventata, che ha bisogno, attraverso il canto, della relazione con l’altro per sostenersi e per affrontare qualcosa di inaffrontabile, magari usando ritmi e frequenze sonore che sollecitano la violenza. La sollecitano, appunto, perché manca.

Se qualcuno tra i lettori del blog volesse partecipare a queste iniziative a chi si può rivolgere?

Per le meditazioni della sera si può rivolgere a me  o a Philo. Per quanto riguarda le iscrizioni al seminario sulla voce e sul canto di Milano per quest’anno sono chiuse, ma se ci fossero persone interessate, potrebbero scrivere a me e – nel caso ci fosse un numero sufficiente – non escludo si possa fare qualche incontro in più. Per il seminario di Bologna – gemello di quello milanese – le iscrizioni sono ancora aperte.

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