Ci sono infiniti modi per descriverla. Ognuno la definisce secondo criteri squisitamente soggettivi (come potrebbe essere altrimenti?) e se non vi siete mai interrogati su cosa sia per voi, è il caso che rimediate presto.

Per alcuni la felicità è un’intensa sensazione di appagamento con una durata stabilita e senz’altro una fine, per qualcuno non esiste, per altri è una possibilità che si realizzerà solo nel futuro, per molte persone è fatta da piccoli gesti che danno piacere (come iniziare un libro che si aspettava di leggere da tempo o ricevere una telefonata inaspettata da una persona cara), per altri si è felici quando si è realizzati. Per me la felicità è un sinonimo di gioia, una sensazione di armonia diffusa nel corpo e mista a gratitudine, ma c’è chi ne fa una questione di intensità: la prima è viscerale, altrimenti meglio utilizzare un termine più pacato, come “serenità” o “contentezza”.

Per molte persone è un tesoro da cercare chissà dove o magari un miracolo che accade inaspettatamente, mentre per altri è una condizione d’animo che dipende solo da noi e che si coltiva, accettando e affrontando coraggiosamente gli eventi esterni.

“Chi è di cattivo umore è colpevole”

C’è chi la cerca e non la trova, c’è chi la cerca in luoghi difficili da spiegare, c’è chi spera di trovarla in posti di cui si vergogna. C’è anche chi sceglie di essere infelice o chi non può fare a meno di esserlo.“Chi è di cattivo umore è colpevole perché è lui stesso la causa della sua infelicità”. Lo sosteneva qualche anno fa il filosofo Umberto Galimberti su La Repubblica, puntando forse un po’ troppo il dito contro i burberi e i melanconici di natura, responsabili per il professore di non saper reagire a una sorte giudicata come avversa. Penso che abbia ragione, ma solo fino a un certo punto perché se io ho un atteggiamento positivo nei confronti della vita, devo ringraziare solo la sorte. Questa postura esistenziale che mi abita ma che, giuro, non ho scelto mi consente provare gioia a profusione (chi mi conosce può testimoniarlo) nonostante ci siano stati (e ci siano tuttora) degli aspetti della mia vita che non mi fanno sentire del tutto soddisfatta. Il punto è: si può essere felici anche se non va tutto bene? Per quella che è la mia esperienza, si può.

“Qualcosa c’è e ci trascende” (Euripide)

Forse a furia di leggere i saggi che riportano le teorie espresse da diverse tradizioni sapienziali ho intercettato il fil rouge che lega tutti gli autori e cioè che la felicità sia qualcosa di molto più stabile di un momento appagante, ma fugace. La mia somiglia forse più a un centro di gravità permanente che mi mantiene serena e fiduciosa indipendentemente dalle emozioni del momento. Questa felicità si regge su una convinzione di fondo che mi ha sempre salvato dai baratri emotivi e cioè che dietro gli avvenimenti più incomprensibili e dolorosi della vita io possa intravedere un senso nascosto, qualcosa di grande e misterioso che mi sovrasta, anche se non ne posso avere la certezza (che peraltro neanche cerco). In ogni caso sappiate che credere in un dio non è affatto indispensabile per vivere una vita buona. Non lo dico io, eh, lo affermava Socrate.

Sydney Agee via Visual hunt