Il rintracciamento, all’interno di un singolo piccolo pezzo, del valore che attribuivo all’insieme più grande è un esercizio quotidiano di elasticità. L’accettazione del non riscontro dell’idea nel reale ha tracciato la fine della mia giovinezza. Meno male.

di Laura Ferrari

Una giovinezza che, come stato interiore, è durata tanto e che era talebana, dura, di diamante, ideologica, assolutista. Idee ordinate. Certezze. La filosofia era stata la dimensione in cui avevo trovato appagamento al mio desiderio di sistema, di alberi logici, di iper-connessione degli elementi caotici e incomprensibili di quello che mi capitava, di un mondo che era troppo, troppo per me. Il pensiero ordinato (e con esso il buon governo delle emozioni e la mappabilità di dimensioni etiche con cui andare nel mondo con un minimo di coordinate o meno vertigini) era per me una grande fonte di piacere e anche di grande speranza e consolazione. Quello che in genere, mi dico ora, si cerca più comunemente nella religione istituzionale.

40 anni

Andando dalla giovinezza verso la mezza età, della filosofia ho piuttosto ritrovato altro, con una sorta di reflusso semplificato, la radice, più che i contenuti e i sistemi, lo sguardo, la postura e l’approccio originari:

  • la meraviglia di un immemore
  • la socratica consapevolezza dell’ignoranza
  • l’emozione poco descrivibile della non-ovvietà delle cose apparentemente più ovvie per gli esseri umani
  • il sentirsi sempre un po’ fuori posto (l’atopos) e senza appartenenza, ma anche in modo allegro
  • l’inquietudine di fronte all’essere umano stesso (compreso quello che si vede nello specchio)
  • la sensazione (forte alla gola) del dipanarsi con il tempo di un unico presente che non è una somma di fotogrammi, ma proprio quel famoso panta rei che vede tutto continuamente cambiare
  • l’idea e il nome dato alle cose rivelarsi per quello che sono: strumenti euristici, ma non dati di fatto, né tesori cui aggrapparsi
  • il linguaggio e la narrazione che nella mente ricoprono l’esperienza e la sovrascrivono – all’americana: la mappa non è il territorio.

La pratica di lavoro organico

In questo ho poi incontrato, all’inizio con scetticismo, poi con riconoscimento, la Pratica di Lavoro Organico e anche tradizioni diverse da quella occidentale per le quali questi atti di consapevolezza terribilmente destrutturanti  sono trasformabili in esercizi meditativi e di sospensione dell’ego e della mente chiacchierosa (ancorché affilata e apparentemente brillante) che mi avevano, paradossalmente, fatto tanto amare la (storia della) filosofia nella giovinezza.

La sospensione del giudizio

All’interno del singolo pezzo, poiché l’insieme non è assolutamente come me lo ero prefigurato, sosto il più possibile in silenzio. Vedo in lontananza i capannoni, sento a sinistra il rumore del traffico sulla bretella che sale verso quell’aggressiva pista da rally che è la Rivoltana, ma a davanti a me il sambuco è ancora un sambuco e il suo odore dolce e ambiguo è quello che ricordo.

Tra il prato e la roggia corre una minilepre, eccola, mi sfreccia davanti.

Credo che quello che vola sopra al prato in modo elegante, fermandosi poi a puntare la preda a mezz’aria, sbattendo le ali, facendo “lo spirito santo”, sia il gheppio.

La commozione nel piccolo

Ed ecco che, nel fazzoletto di campagna limitato da asfalto, capannoni e ferite in cui mi sono fermata prima di tornare a casa dal lavoro, sosto nel piccolo che è ancora verde. Trovo alcune piccole meraviglie che sono ancora quelle che cercavo, che cerco, anche se non so dire bene il perché. Ecco che, in mezzo ai grandi sistemi e alle cose splendide che ho studiato negli anni della giovinezza, la mia commozione davanti alle foglie, nel suo trasformarsi in piccola allegria insensata che dura pochi secondi per lì svanire, improvvisamente ha una sua dignità.  La vedo. Esiste.

Cercare il grande nel piccolo

Questo cercare il grande nel piccolo, per necessità e per artigianato del senso, lavorando benevolmente al riconoscimento del suo valore simbolico, di rappresentazione, mi ha sempre ricordato per analogia un dialogo in “Novecento” di Baricco. Nella giovinezza ero desiderosa di grandi cose, di infinito, di slancio. Mi aveva colpito, negli anni del corso di teatro, il brano il cui il pianista, che non è mai sceso dalla sua nave, chiede al suo amico come facciano le persone che abitano nel mondo a scegliersi un lavoro, un amore, un luogo, dal momento che avrebbero a disposizione tutto il mondo, così grande, e scegliendo escluderanno tutto il resto che pure non conoscono e che potrebbe celare (con buona probabilità) qualcosa di meglio.

L’universo della giovinezza in una noce

E quindi? Come trasformare il grande desiderio della giovinezza in una scelta piccola, esclusiva? Come fare entrare l’universo in un guscio di noce? Credo legittimandolo e attribuendogli un valore simbolico. Senza lavoro simbolico, prima o poi si chiederà conto al piccolo di non aver rispettato le aspettative che avevamo, così grandi, e si soffrirà molto. E si farà soffrire molto.

Stare e osservare

La mia narrazione della mia vita non può chiedermi una coerenza e una grandezza che mi sfiniscono perché sono la persona seduta sotto a quel sambuco e in quel momento non so davvero altro. Vedo le mie emozioni cambiare (ora sotto al sambuco mi sento serena, quasi allegra) e non cerco di trattenerle e stabilizzarle per avere una coerenza narrativa. Le osservo. Il  tempo passa in un modo completamente diverso se non è l’idea a filtrare l’esperienza.

Non giudicare

Un attimo dopo un ricordo (mi sorge vedendo la vecchia ruota di quel pezzo di mulino abbandonato, lei così ferma nella roggia) mi fa diventare triste e sento una nuova sensazione allo stomaco, e poi con il respiro dopo torno dove sono adesso. Osservo questo svolgersi di esperienze senza coerenza narrativa e cerco di non giudicare nulla di quello che sta accadendo in quel fazzoletto di verde, in quel fazzoletto di tempo. La mente chiacchierosa, per un poco, tace.

Chi sta osservando?

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