A dire il vero ho anche i sintomi del nano.. sotto le scarpe dei giganti che mi fanno prestare attenzione ai dettagli apparentemente insignificanti. Non è una vera e propria malattia, ma piuttosto una postura esistenziale che mi fa porre con rispetto e devozione nei confronti dei miei maestri e suscita in me un sentimento di meraviglia e di attenzione verso ciò che mi circonda. 

“Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”
Isaac Newton

Non so se riconoscete la citazione, il titolo riprende questa affermazione fatta dal fisico e matematico Isaac Newton che, badate bene, sto deliberatamente decontestualizzando. Di quali giganti parlava il grande scienziato? Non lo so di preciso, ma se qualcuno conosce la risposta, si faccia avanti. Mi piace pensare che si riferisse ai suoi predecessori, ai pensatori che hanno vissuto prima di lui e che gli hanno permesso di costruire teoria dopo teoria, esperimento dopo esperimento, il solido bagaglio culturale che si rese indispensabile fondamento delle sue scoperte. Forse l’affermazione di Newton significa che, in qualche modo, siamo sempre in debito verso chi ci ha preceduto. Era semplice modestia, la sua, oppure la dimostrazione di una grande saggezza? Ho preso spunto da lui per sostenere che tutti beneficiamo di una precisa eredità culturale e simbolica acquisita non solo dalla famiglia, ma anche dal contesto sociale nel quale viviamo. Penso anche a tutti i/le filosofi/e, gli autori/trici e i maestri/maestre a cui sono debitrice e che mi hanno resa ciò che sono. Pensarci mi fa sentire meno sola.

Thich Nhat Hanh, maestro zen vietnamita, ritiene che siamo tutti in relazione stretta (lui usa il termine inter-essere) con altri importanti elementi vitali:

  • la terra e la natura da cui dipendiamo per sopravvivere
  • i nostri antenati (nonni, prozie, bisnonne e trisavoli)
  • i nostri maestri spirituali (cioè coloro che ci hanno impartito delle importanti lezioni di vita)

Inter-essere o interdipendenza? Fa lo stesso

Guardo lontano, ma cerco di stare attenta anche a quello che ho sotto il naso. Penso alla luce elettrica che alimenta il mio computer e ricarica il mio smart phone, alla fornitura di gas metano che mi permette di cucinare o al lungo processo che trasforma un albero della foresta Amazzonica nella pila di fogli bianchi inseriti con noncuranza in una stampante. Penso al cucchiaio di metallo con cui mescolo la zuppa la sera e mi immagino quante persone hanno contribuito alla sua fabbricazione, ma mi chiedo anche da dove arrivino i bottoni della giacca di velluto che indosso, chi li ha realizzati e chi ce li abbia cuciti sopra. Questi sono solo pochi esempi, ma mi danno la dimostrazione che non siamo isolati come la particella di sodio di una nota marca di acque confezionate, ma elementi inseriti in una fitta rete di relazioni intessute con tutte le altre parti del sistema e che diamo per scontate. È la relazione di interdipendenza universale tra persone e cose, quella che descrisse qualche anno fa il filosofo e psicanalista junghiano Romano Madera in questo saggio.

“Ogni cosa è necessaria e utile alla totalità del cosmo di cui sei parte”
Marco Aurelio

Le domande profonde nascono dalla meraviglia

Non amo essere scambiata (ma se vi piace, fate pure) per la protagonista della celebre pellicola Il Meraviglioso mondo di Amelie, il film bello, ma un po’ stucchevole scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet. Non posso fare a meno, invece, di pensare ad Aristotele, secondo il quale la filosofia nacque dalla meraviglia, quello stupore che coglie l’essere umano quando si trova in presenza di qualcosa di straordinario che gli fa spalancare la bocca. È stato proprio l’allievo di Platone a scrivere che gli uomini hanno cominciato a farsi domande sempre più profonde e argute a causa dello stupore che li colpiva quando erano intenti a osservare la complessità dell’universo.

Chi non ha trovato il Paradiso − quaggiù −
Lo mancherà lassù −
Perché gli Angeli prendono Casa
accanto alla nostra,
Ovunque ci spostiamo
Emily Dickinson

Ecco un esempio di cose (stra) ordinarie che non smettono di meravigliarmi:

  • la geometria precisa insita nella tela di un ragno
  • le coincidenze inspiegabili di cui sono protagonista o a cui assisto
  • la giraffa che, nonostante la sproporzione del suo collo, trovo bella e aggraziata
  • l’invenzione della fotografia che per me rimane sempre, quando ci penso, pura magia
  • i regali inattesi che credo di non meritarmi
  • le gigantesche sequoie millenarie che ho visto in California e che sopravvivono a interi alberi genealogici

Tra cento anni, nessuno di noi esisterà più

Mi meraviglio quando mi riconosco parte di un tutto molto più grande e anche quando mi scopro diversa da come credevo di essere, stupendomi della mia supponenza. Penso sempre che non siamo nati per dominare l’ecosistema, siamo creature a cui è stato prestato un luogo dove vivere solo per un certo periodo di tempo. Che senso hanno le grandi e piccole questioni di principio? Se penso che tra cento anni nessun terrestre, oggi vivo e vegeto, sarà ancora qui, tutta la bramosia di potere che osservo in giro mi sembra inutile e insensata.

©Powerhouse Museum Collection via Visual Hunt