I bambini e le bambine sanno cose che gli adulti hanno dimenticato. Fortunatamente esistono pedagogisti e filosofi come Chiara Colombo e Fiorenzo Ferrari che, come delle moderne levatrici, sono capaci di ascoltarli senza per questo doverli idealizzare. Nei loro laboratori accompagnano i più piccoli, con la maieutica, a far emergere in loro nuovi significati, consapevolezza e spunti di riflessioni molto utili anche agli adulti.

Quali sono le dieci qualità che i bambini possiedono e gli adulti hanno perso?

È molto difficile ricondurre a unità la molteplicità presente nel mondo bambino e anche il confronto tra mondo bambino e mondo adulto è complicato. Ci piace pensare a un continuum tra soggetto e soggetto e tra diverse età della vita, con tratti che accomunano tutti e elementi che si differenziano in relazione alle numerose variabili, personali, relazionali, contestuali che caratterizzano la vita individuale e sociale. Proprio per questo la domanda, come ogni buona domanda, ci mette un po’ in difficoltà. Abbiamo dunque pensato di chiedere aiuto direttamente ai bambini, che ci hanno risposto che gli adulti non sanno più correre, giocare, disegnare, immaginare, tagliare con le forbici piccoline, studiare, arrampicarsi in un parco, costruire una borsa di carta per andare in giro e giocare con la neve. Nove punti estremamente interessanti.

E il decimo?

I bambini sanno osservare il mondo con occhi incantati, che non significa che siano dei piccoli soggetti mitologici teneri e innamorati della vita. Spesso i bambini sono interlocutori impegnativi, con le mani appiccicose, la voce alta e i lacrimoni agli occhi. Talvolta maldispongono. Altre volte ancora ci stupiscono con la loro profondità e poesia. Il più delle volte sono meravigliosi compagni di avventura. Tutti possiedono uno sguardo sul mondo incantato perché nuovo, come quello dei primi filosofi. Uno sguardo che alcuni adulti hanno perduto o magari solo messo nelle retrovie. Uno sguardo che la pratica filosofica torna ad aprire anche grazie all’incontro con i più piccoli.

Quali sono invece le dieci competenze che gli adulti detengono e che i bambini devono ancora sviluppare?

Anche in questo caso abbiamo chiesto aiuto ai bambini, che hanno prodotto un elenco piuttosto limitato di cose che i grandi sanno fare e che i piccoli ancora non sanno. Bontà loro, hanno riconosciuto a noi grandi soprattutto competenze tecniche, pratiche, come guidare l’auto, utilizzare internet, comprare con i soldi guadagnati, lavorare, andare in cima al Monte Bianco (e qui la competenza è più che altro sul piano fisico).

E sul piano del pensiero?

Non hanno individuato differenze, quasi a indicare che a quel livello siamo tutti alla pari e, al contempo, dimostrando – e forse qui sta la vera differenza – una meno marcata competenza sul piano meta, e una poca attitudine alla riflessività su di sé che, in effetti, è una competenza che si sviluppa nel corso della crescita. Anche qui non ci piace dicotomizzare. Ci domandiamo quanti adulti siano veramente capaci di riflessività e siamo certi, perché l’abbiamo sperimentato, che i bambini sanno esercitare anche questa competenza, se adeguatamente accompagnati con gli strumenti giusti. Ci piace dunque rispondere come hanno suggerito alcuni bimbi.

In che modo?

I grandi stendono i panni e arrivano nell’ultimo filo del balcone e i bambini danno le mollette. Uno scambio di competenze e di strumenti, dove il grande mette in gioco il suo guardare più avanti e il piccolo offre le sue risorse per fissare ciò che davvero è importante.

Da che età è possibile proporre laboratori di filosofia?

Si può filosofare con i bambini dal momento in cui essi iniziano a domandare e ad ascoltare le risposte che provengono dai pari e dagli adulti. Un bambino e una bambina sono in grado di partecipare a un laboratorio di filosofia quando sono consapevoli della loro attitudine al domandare e sono interessati alla relazione con l’altro, premessa della pratica dialogica. Noi proponiamo i nostri laboratori a partire dai quattro anni per poi salire fino all’età adulta, con la stessa struttura e articolazione dell’esperienza: la pratica, infatti, è la medesima per tutti. A seconda dell’età, poi, verranno percorsi determinati itinerari oppure altri.

Come si pratica la filosofia alla Scuola Materna?

A quell’età la pratica passa molto attraverso il corpo. Gli scambi dialogici sono brevi e piuttosto frammentati, ma comunque capaci di fare emergere significati e nuove domande. A poco a poco aumenta il peso e l’intensità del dialogo e il numero di interazioni, ma rimane comunque in primo piano il corpo, con il suo portato di materia, emozione, relazione.

Vi siete fatti un’idea di quali siano gli argomenti che appassionano maggiormente i bambini?

Bambini e bambine sono capaci di domande molto profonde: si chiedono perché sono nati, come mai si muore, perché c’è la guerra, perché bambini come loro annegano abbandonati nel Mediterraneo. Sono capaci di domande molto concrete: perché la neve è bianca, perché i numeri funzionano, come vivono i giochi, quali regole ci aiutano a stare insieme. Si tratta di ambiti che vanno dall’esistenziale, al tecnico, allo scientifico.

Insomma, non si possono stilare degli elenchi…

È difficile, ancora di più se sono in ordine di importanza. La stessa domanda, infatti, può appassionare un bambino e lasciarne indifferente un altro. Quello che sappiamo dei bambini è che la passione per una determinata questione emerge a partire dalla loro osservazione del mondo e della realtà e dal confronto con chi sta loro intorno, in primo luogo i pari. Quando c’è un genuino interesse, quella che noi chiamiamo domanda legittima, ossia un domandare perché non si ha già la risposta o perché la risposta che si ha non soddisfa pienamente, allora nasce la passione. Ed essa si anima fino a quando la domanda resta viva.

Perché si fa filosofia con i bambini e non per i bambini?

Non vogliamo farne questione di preposizioni. La filosofia è per i bambini perché è un tesoro che il mondo adulto e la storia dell’umanità ha prodotto e che è così bello e prezioso che non si può fare altro che donarlo a chi è al contempo presente e futuro dell’umanità. È per i bambini e le bambine perché è reso accessibile a loro per come sono in grado di accoglierlo e farlo proprio. La filosofia è con i bambini perché è pratica. E come ogni pratica vive se i protagonisti la animano.

Il piano è orizzontale?

Sì, il tesoro della filosofia è esplorato insieme. È prodotto insieme. Ciò non significa che i bambini e gli adulti vadano considerati come uguali, sarebbe assurdo e irrispettoso degli uni e degli altri. Ognuno ha il suo pezzo di storia, di esperienza, di competenza. E la filosofia è dunque con i bambini nel momento in cui la si costruisce insieme, ognuno con il suo pezzettino di mondo.

Mi piace molto Oscar Brenifier per la sua capacità di stimolare i bambini – e gli adulti! – a “pensare altrimenti”. Tuttavia, alcune persone sostengono che la sua pratica filosofica sia un tantino violenta. In effetti, in un’intervista si esprime così: “a me non interessa cosa piace al bambino, qual è la sua opinione, piuttosto voglio che il bambino pensi se stesso”. Cosa ne pensate?

Oscar Brenifier è uno dei maestri con cui ci siamo formati e con cui continuiamo a collaborare in un confronto dialogico costruttivo. Certamente Oscar è un tafano socratico che stuzzica adulti e bambini allo stesso modo, fino a risultare talvolta molesto e apparentemente inopportuno. In realtà le sue provocazioni possono essere molto utili e ci ritroviamo nella sua idea di bambino come soggetto da non mettere sul piedistallo, ma piuttosto accompagnare a conoscere anzitutto se stesso. La differenza fra i libri e la pratica è solo apparente. I suoi libri sono un distillato delle esperienze filosofiche con i più piccoli, in ogni tipo di contesto e Paese, e restituiscono ai lettori sia il mondo interiore dei bambini, sia gli itinerari di pensiero che essi sono quotidianamente capaci di percorrere.

Qual è la differenza tra il suo approccio e il vostro?

Noi ci poniamo obiettivi pedagogici e crediamo nell’importanza di esplicitarli. Questa scelta risponde alla volontà di arginare e controllare lo squilibrio di rapporti di potere che necessariamente entra in gioco nelle relazioni tra adulti e bambini. Rispettare i più piccoli significa infatti anzitutto essere consapevoli e trasparenti riguardo agli intenti che perseguiamo e alla forza che siamo in grado di esercitare nel nostro andare incontro a loro e nel nostro entrare in dialogo con loro.

Per la maggior parte delle persone (e dei filosofi), sei filosofo se sei capace di sostenere arguti ragionamenti, cioè se sei capace di argomentare e di sostenere le tue ragioni razionalmente. Per Pierre Hadot e Romano Madera la filosofia impone anche – e forse soprattutto – di seguire un certo stile di vita conforme ai propri valori. Voi a che tipo di filosofia vi sentite più affini?

Quello che diciamo alle bambine e ai bambini, ma pure agli insegnanti e ai genitori, è che per essere filosofi bisogna essere capaci di domandare e incuriositi nel cercare le risposte. Un rispondere che non è solo razionale, ma che passa attraverso tutte le intelligenze multiple che definiscono le identità di una persona e che ha necessariamente bisogno del corpo per esprimersi pienamente. Per noi la filosofia è l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità di cui scrive Kant, è l’uscita dalla caverna platonica, ma anche la scelta di rientrarci in nome dei compagni a cui si vuole bene e a cui si vuole portare il mondo scoperto là fuori.

Cosa serve per uscire dalla caverna?

Servono sia delle buone argomentazioni sia il cambiamento del proprio stile di vita. Senza il secondo, le prime possono essere argute, ma rimangono ottuse e quindi rischiano di appassire. Per contro, senza il confronto con gli altri, di cui le buone argomentazioni sono parte, lo stile di vita diventa solo un esercizio autoreferenziale e sterile.

Cosa avete imparato dalla pratica con i bambini?

Prima di tutto che non è mai troppo presto per filosofare e che non è mai troppo tardi per osservare il mondo con sguardo stupefatto. In secondo luogo, sapevamo già che l’essere umano non è solo parola e logica, ma anche corpo, emozione e fantasia. Avevamo intuito che lo potesse essere anche nel filosofare. Con i bambini abbiamo avuto la conferma di questo. Entrando materialmente con loro nel buio della caverna di Platone abbiamo toccato con mano che quel mito è una metafora chiarissima per i più piccoli, che non si turbano minimamente nel sentirsi dire che per il prigioniero le ombre sono realtà. Anche per loro, piccoli Peter Pan, è così. Correndo con loro abbiamo imparato che la garanzia dell’esistenza non è necessariamente il cogito cartesiano, ma diventa “gioco dunque sono”, se non addirittura “sudo dunque sono”.

Chiara Colombo e Fiorenzo Ferrari progettano e realizzano interventi di filosofia con i più piccoli dal 2006. Hanno un sito web, Filosofia con i bambini, dove trovate numerosi spunti per approfondire l’argomento.