La mente discorsiva, il nostro narratore interno, ci vuole coerenti nella nostra storia, negli episodi, come se ne scrivessimo una buona sceneggiatura: anche le emozioni e i sentimenti dovrebbero essere come vogliamo noi, come ci aspettiamo che siano, come è utile che siano nell’economia della nostra storia. Magari una storia grandiosa. Una storia bella, coerente, lineare.

di Laura Ferrari

Il nostro personaggio: caratterizzato, chiaro nei suoi tratti. La narrazione della nostra storia deve tenere, ci deve piacere. La trama deve filare. Il personaggio “Io” deve avere uno stile coerente, appunto. Cosa c’entra qui l’invidia? Cosa c’entra qui l’esasperazione? Questo era un paragrafo di amore, altruismo e armonia… io non voglio essere così. Non voglio sentire questa roba. Io non sono così.  Piuttosto che affrontare l’affiorare di elementi caotici e fuori posto, idee, ricordi ed emozioni sgradite, preferiamo mettere tutto in ordine e chi canta fuori dal coro deve esser rimesso al silenzio. Ma l’incoerenza delle emozioni e la confusione delle idee sono sempre per forza un male?

Quello che mi aspetto

Raramente nella mia vita le cose sono successe come me le aspettavo. Quasi mai, né nel bene né nel male. Io non sono stata quasi mai come avrei voluto da copione. Le mie idee sono sempre state numerose e vivide ma la realtà sembrava essere fortemente disallineata rispetto a questo ricco e movimentato mondo interiore. Quando ero bambina ho imparato a giocare, con una sorta di scaramanzia, con il pensiero magico e ho smesso volontariamente di indulgere in fantasie e aspettative perché mi pareva evidente che il mio sperare e fantasticare compromettevano, in qualche modo misterioso, gli effettivi accadimenti che desideravo. Lasciarli intoccati, lontani nel futuro, senza contaminarli con la mia aspettativa, era forse un modo per evitare di portarmi sfortuna.

Cosa ho capito del lavoro su di me

Da adulta ho compreso che l’attenzione alle aspettative ed al giudizio sul reale è una parte cruciale del lavoro su di sé, anche se in un modo diverso da quello che le mie credenze magiche dell’infanzia mi facevano credere. Mentre la volontà può essere agita con una genuina intenzione consapevole (anche non subito tradotta in una azione).

Quello che mi immagino

Pur essendo nata e cresciuta in piazzale Loreto a Milano, da tredici anni vivo in campagna e, quando un anno fa mi sono trasferita a lavorare nel territorio dove abito, avevo nebulose aspettative di maggior facilità della vita, di godimento della natura e dello spazio aperto, che erano stati alcuni dei motivi principali per cui avevo scelto di non vivere più in città.  La campagna che avevo assaggiato per anni solo nei fine settimana, a piedi e in bicicletta, con il suo cielo non chiuso in riquadri/corridoi, i suoi campi più o meno alberati (… i platani! … i pioppi!), le sue cascine, le sue misteriose strade sterrate, mi pareva un morbido luogo di atterraggio, con una sua ariosa, verde coerenza. Lavorandoci, invece, e spostandomi spesso per lavoro nell’arco di una stessa giornata, la percezione del territorio è improvvisamente mutata e con questa le mie emozioni al riguardo.

Il mio collage

Quello mi pareva un unico organico territorio accogliente è risultato essere, in modo evidente, un collage di fazzoletti verdi più o meno piccoli separati drasticamente tra loro da tagli, da fossati: provinciali, bretelle, superstrade, stradone di raccordo per grosse aree di smistamento logistico. I miei sensi improvvisamente mi dicevano: attenta, attenta, asfalto, asfalto, guardrail, jersey e attenta ai tanti, tanti, tantissimi enormi tir lanciati in corse pericolosissime senza particolare cura dello spazio di frenata, mentre io mi mantengo diligente al limite prescritto di velocità con la mia minuscola Seicento. Prima tutti questi tir mica li vedevo.

La crisi dell’idea attraente e dell’aspettativa (grande)

Qualcuno potrebbe dire: ma come, non era evidente anche prima? Rispondo: no. Forse avevo in mente una immagine stereotipata di me stessa che andava soavemente in bicicletta al lavoro (dati i pochi chilometri da percorrere), serena, leggiadra; forse avevo in mente una attraente semplificazione olografica, fotogrammi da film. Avevo una certa idea del territorio, non lavorandoci, e questa idea è stata fortemente messa in crisi dal dato di realtà.

Chiusa in un abitacolo

Le mie emozioni al riguardo sono cambiare e sono state (e sono) forti e contrastanti. Scatenate anche dal fatto di dover utilizzare non tanto la bicicletta bensì per lo più l’automobile, e tanto, come mai mi era capitato nella mia vita: pensavo mi avrebbe comunque dato un senso di maggior libertà e minor fatica rispetto ai lunghi tragitti in metropolitana degli ultimi dieci anni, e che questo sarebbe stato un netto vantaggio energetico ed emozionale, ma non è stato affatto così. Anche in macchina sei al chiuso e in relazione fortissima con la rabbia altrui.

La necessaria osservazione dell’esperienza (nel piccolo)

Ho deciso di non raccontarmela (“va tutto benissimo!”) e di osservare queste emozioni altalenanti per quelle che erano, osservarle cambiare nell’arco di una stessa giornata o della settimana, con le loro diverse temperature, con i loro diversi toni cromatici, a costo di arrivare a sera e sentirmi ubriaca. All’interno dei singoli pezzi di campagna, separati tra loro in riquadri irregolari dalle grosse direttrici-ferite  asfalto-cavalcavia-jersey-guardrail-tir , era però possibile ritrovare dei piccoli distillati, per così dire, ancora vivi del territorio nella visione olografica che ne avevo nella mia mente: una cascina antica, un alto pioppo e sotto un grande prato…

Questione di punti di vista

Con una inquadratura accurata, si può escludere l’enorme capannone accanto e gli uffici della grossa ditta di trasporti ammassati ai muri vecchi della cascina, oppure fare in modo che non si vedano i colossali tralicci dell’alta tensione. Con un po’ di cura, in sé, all’interno dell’inquadratura, l’albero è ancora un grande albero che fruscia, il prato è ancora bellissimo. In sé. Nel piccolo rimasto, nei frammenti. Trovo ancora qualcosa di quello che cercavo. Se delegassi all’esterno la fonte del mio piacere o del mio sollievo non potrei sopravvivere (né crescere).

L’universo nel guscio di una noce

L’esercizio che mi si è reso necessario non è tanto il buon governo delle emozioni, come me lo raccontavo quando studiavo filosofia all’università (e mi pareva già un motivo ottimo per studiarla, se mi avrebbe insegnato a ben governare le mie emozioni…!), bensì il rintracciamento, all’interno del singolo pezzo, del valore che attribuivo all’insieme più grande. Una rappresentanza frattale del grande nel piccolo, assolutamente, vitalmente necessaria per non sentirmi completamente persa, per non scoppiare in lacrime davanti al guard rail, per non rimanere paralizzata nel vedere la limitazione e la fine laddove il desiderio era di libertà e di bellezza.

Una giovinezza giudicante ha lasciato spazio ad altro

L’esercizio di trovare il grande nel piccolo e lo straordinario nell’ordinario. E anche l’esercizio dell’osservazione del caleidoscopio di emozioni e di stati d’animo e fisici che, se non richiamati all’ordine o al copione, hanno una abilità aerea, da uccellini. La rabbia, per esempio, dura pochissimo. Anche l’ansia a volte  mi stupisce lasciando spazio a un respiro che cancella tutto, nel presente. Questo reset un tempo mi avrebbe fatto impazzire: coerenza, copione! Dov’è la linearità narrativa e del personaggio? Tieni, analizza! Tieni,  gestisci! L’accettazione del non riscontro dell’idea nel reale ha tracciato la fine della mia rigida, ideologica, giudicante giovinezza. E meno male.

[Continua….]