Psicologa, formatrice, giornalista, scrittrice e Presidente della Scuola di Ecopsicologia “Ecopsiché”. Questa donna è sempre stata un vulcano di idee e voglia di fare. Potrà sembrare paradossale che un saggio sull’importanza del riposo sia stato scritto proprio da un’iperattiva di natura, invece questo elemento biografico rende tutto molto più credibile.

La vita insegna e lei è stata una brava allieva. Ha capito che l’inattività può essere altrettanto inebriante quanto un’agenda sempre fitta di impegni. Basta osservare i cicli naturali.

Nel tuo nuovo libro Il potere del riposo scrivi che per molti “workaholic” (drogati di lavoro, ndr) “il valore individuale dipende dalla capacità di portare a termine qualcosa. La loro stessa soddisfazione dipende dal concludere quanto hanno da fare”. Pensavo fosse una virtù, non un vizio…

È, prima di tutto, una questione di buon senso, bisogna vedere se la lista di cose da fare è coerente con le nostre possibilità effettive. Mi posso programmare cinquanta incarichi impossibili da fare entro la fine della giornata, ma così mi condanno a un senso di frustrazione perenne. È importante farsi delle liste con una mano sul cuore e una sulla testa, riconoscendo e onorando il fatto che siamo persone e non macchine. Nella vita esistono gli imprevisti. Magari ricevo una telefonata da un amico in lacrime e non posso dirgli “scusa, ma ho deciso che entro oggi devo finire quella pratica e non ti posso dar retta”, queste cose fanno parte delle vita. Quando ci facciamo le liste dovremmo sempre tenere conto di un margine di tempo dedicato ai contrattempi. Dobbiamo anche rammentarci che la qualità del nostro “chi siamo” non dipende solo dalla nostra performance.

Saper distinguere ciò che facciamo da ciò che siamo è un lavoro impegnativo…

Certo, infatti mi rendo conto che questo libro vuole fare del riposo un’occasione di crescita personale: più mi riposo e più ho occasioni di contatto autentico con me stesso. La società attuale ci preferirebbe simili a robot e, togliendoci le occasioni di riposo, ci impedisce di accorgerci che stiamo correndo su binari che rasentano l’assurdità.

Molte persone iperattive, se si fermano un attimo, si sentono inutili. Capitava anche te?

Una volta sì, ora non più.

C’è un modo di sottrarsi al senso di colpa?

L’antidoto è l’informazione. Gli studi sulle neuroscienze ci confermano che, nel nome di una maggiore produttività, dobbiamo rispettare una fase di riposo in cui l’attività lascia il posto alla ricettività. Con questo libro voglio far capire che non siamo macchine. Non ci scandalizzeremmo se un ristoratore chiudesse il suo locale nel pomeriggio per fare le pulizie perché sappiamo che quelle ore sono importanti tanto quanto quelle in cui la cucina è aperta.

Eppure ci sono persone che sono soddisfatte solo se sono sommerse dalle cose da fare

Certo, questo succede perché l’adrenalina dà dipendenza a livello fisico e se non c’è l’atto di volontà di far seguire a una fase attiva una ricettiva, di cose da fare se ne vogliono sempre di più. È solo una questione di abitudine perché i momenti di fase ricettiva possono essere altrettanto esaltanti… Immersi nella natura, cucinando, portando a spasso il cane, facendo uno sport, ma se non l’hai mai sperimentato in prima persona pensi di poterti sentire vivo solo nell’iperattività. Prima o poi, però, il corpo presenta il conto.

Alcune persone si fermano fino a tardi in ufficio nascondendosi dietro la mole di lavoro, ma magari lo fanno perché non hanno voglia di ritornare a casa dal/dalla compagno/a o dai figli. Per prendere coscienza di queste dinamiche ci vuole coraggio. Dove lo si trova?

Mettendosi di fronte allo specchio, guardandosi negli occhi e rispondendo alle domande: “chi sono io? Quali sono i miei valori? A quali cose do la priorità? Sto bene così o sto scappando da me stesso? Che spazio voglio dare, nella mia vita, agli affetti?”. Esistono tutta una serie di occasioni di ascolto – counselor, psicologi, buoni amici – che aiutano ad alleggerirsi, a sfogarsi con tutta la privacy necessaria, parlando e sviscerando un problema. Ognuno di noi è il miglior esperto di se stesso: se me lo chiedo con abbastanza impegno e sincerità posso capire come posso migliorare, quali priorità dare alla mia vita. L’importante è capire cosa va bene nella mia relazione e come posso consolidarla, per esempio, focalizzandomi su “cosa funziona” al posto di ciò che “non” va. L’importante è non nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, non avere paura di porsi la domanda “Cosa sta succedendo alla nostra coppia?”. Riconoscere una difficoltà non è necessariamente l’avvisaglia di un epilogo, può essere il preludio di un nuovo inizio nato su una base di maggior chiarezza e sincerità.

A proposito di nuovi inizi, negli ultimi anni molte persone hanno scelto di “scollocarsi” per sottrarsi al lavoro vissuto come status symbol. Penso a Simone Perotti, ad Andrea Strozzi e a tanti altri. Per fare una scelta del genere bisogna saper entrare in contatto con se stessi. Mi indichi qualche esercizio per imparare ad ascoltarsi?

Andiamo in ordine di complessità. Il primo, il più semplice, è un ritornello in tre parole: “fermati, ascolta, respira”. Può essere letto come una cosa da fare in trenta secondi o in più settimane. “Fermati” significa che smetto di andare in automatico, mi accorgo che qualcosa nel ritmo di vita non mi va e notarlo già è un risultato. Poi c’è “ascolta” per capire cosa invece funziona; non è immediato, ascoltarsi significa sperimentare altre cose, fare altre esperienze perché per sapere che cosa ci piacerà e cosa no, dobbiamo provare. “Respira” è il terzo passo, è prima di tutto un consiglio utile in tutte le situazioni stressanti: quando lo stress si attiva, infatti, il respiro diventa automatico, veloce e superficiale… È un meccanismo di sopravvivenza molto antico.

Quali benefici si hanno respirando profondamente?

Con il respiro profondo l’ossigeno affluisce al cervello e permette di riflettere invece di andare in automatico; l’atto stesso di respirare profondamente massaggia i muscoli dell’addome con effetto distensivo. “Respira” significa prendersi il tempo per capire cosa voglio, quali passi posso e voglio fare per cambiare vita… Ognuno ha i suoi gusti e le sue necessità, ognuno cerca qualcosa di diverso che gli corrisponda; sono molti i ragionamenti da fare. Quello di Perotti è stato un percorso lungo, durato cinque anni, nei quali è stato capace di dare spazio sia alla ragione sia alla passione, sino a trovare le combinazioni più adatte a lui. Ha sperimentato, assaggiato, sbagliato, indagato, cercato… Lo stile di vita desiderato non gli è caduto dal cielo già bello e pronto, è stata una conquista.

Nel tuo libro insegni a trasformare lo stress da problema a opportunità. Come mai hai deciso di approfondire questo tema?

Ho fatto parte di un équipe di lavoro formatasi nel 2009 in previsione della nascita della legge sullo stress da lavoro correlato che è entrata in vigore nel 2010. Ho studiato a fondo il problema, volevamo creare dei percorsi da proporre in ambito aziendale. È nata tutta una serie di percorsi di informazione, valutazione, prevenzione dello stress e di formazione. Questo tema mi ha portato a scrivere il libro “Stop allo stress” per Feltrinelli. Documentandomi meglio ho visto che non c’era nulla che mi soddisfacesse, così di riflesso ho sviluppato una mia visione personale dello stress come meccanismo di sopravvivenza che nasce con le migliori intenzioni: per farci un prestito energetico.

È un meccanismo presente in noi fin dalla preistoria?

Certo. Quando nel Neolitico sentivamo un ruggito in lontananza, non c’era il tempo di fermarsi a riflettere se la tigre dai denti a sciabola fosse affamata oppure no: l’unica preoccupazione era quella di scappare. È un meccanismo utilissimo perché ci fa comodo sapere di poter contare su un surplus di energia fornito dai nostri sistemi endocrino, nervoso e immunitario, ma se questo “servizio” viene attivato quando non ne abbiamo bisogno, ecco che lo stress diventa più un ostacolo che un aiuto. Va benissimo stressarci, fa anche bene al sistema immunitario, lo tiene “sveglio”, ma poi è doveroso… riposarsi.

Fammi un esempio di stress utile

Ammettiamo che mia figlia decida di sposarsi e che io voglia organizzarle un super matrimonio, il mio stipendio non me lo consente così vado in banca, faccio un prestito per regalarle una festa sontuosa. Il problema subentra dopo, se ci prendo gusto. Magari dopo faccio un viaggio alle Hawaii e mi compro anche la macchina nuova. Se continuo a fare prestiti, prima o poi faccio bancarotta. Devo avere chiaro il fatto che, se ho chiesto un prestito, devo stare calma sino a quando non l’ho ripagato. Con lo stress è la stessa cosa, noi possiamo chiedere un surplus energetico al nostro organismo: dobbiamo mettere in condizione il nostro corpo di ritrovare un equilibrio. Se lo facciamo, poi possiamo permetterci tranquillamente un altro stress. L’allenamento necessario è quello di imparare ad accorgerci che ci stiamo stressando e qui torniamo al nostro “fermati, ascolta, respira”.

Possiamo anche scegliere se stressarci o meno?

Certo, posso chiedermi: in questa situazione lo stress mi aiuta o non mi aiuta? Se sto andando a una festa e sto cercando disperatamente un parcheggio, lo stress mi farà diventare di cattivo umore, ma posso anche dirmi “no, arriverò dieci minuti dopo, ma non voglio arrivarci stressato”. Faccio un respiro e tre giri dell’isolato in più. E’ più facile di quanto sembri. Io sono sempre stata un’iperattiva e ho messo in pratica il detto “il miglior modo per imparare è insegnare” e così è stato. Oggi sono capace di non stressarmi (beh, non ci riesco proprio sempre), di prendermi dei momenti di svago e riposo (questo invece sì, ho imparato benissimo… dai miei libri) e persino di fare la pennichella, un bel sistema per ricaricare le batterie.

Nel tuo libro scrivi che ognuno di noi segue un bioritmo specifico e che dovremmo imparare ad assecondarlo per stare meglio. Come facciamo a rispettarlo se gli orari sono imposti dagli altri?

Ognuno di noi ha quello che viene definito un cronotipo, un suo modo di relazionarsi con i diversi momenti della giornata. I due più noti sono le allodole, più attive al mattino e i gufi, più vitali la sera. Sul lavoro, è comunque possibile un ampio margine di personalizzazione a partire dalla scelta stessa del lavoro. Se sono un’allodola, fare la guardia di notte sarà difficile; se sono un gufo consegnare merce al mattino presto sarò pesante. Io sono un’allodola e quando devo scrivere qualcosa di importante, so che devo farlo al mattino prima di ogni altra cosa. Il mio compagno è un gufo e quando ha qualcosa di importante da fare, la tiene per la seconda parte della giornata perché è lì che sarà più lucido e presente. Pur rimanendo vincolati da ritmi dati dall’esterno, c’è sempre un margine in cui giostrarsi al meglio. La cosa importante è conoscere e rispettare, per quanto possibile, il proprio ritmo e quello di chi ci sta vicino, trovando le giuste mediazioni anche in famiglia. Per esempio, se c’è da fare un viaggio in macchina l’allodola guiderà al mattina e il gufo la sera.

Per sviluppare la creatività, tu proponi di allenare la flessibilità percettiva. Mi spieghi meglio in che cosa consiste?

È una competenza che i bambini possiedono naturalmente: in una nuvola vedono un alligatore, un castello, un gelato con la panna… È quella qualità che aiuta a sviluppare la resilienza, cioè la capacità di riconoscere, in un evento visto come negativo, anche un’opportunità di crescita. Avevo letto l’intervista a una donna medico dopo il terremoto in Abruzzo che diceva che sotto i tendoni della protezione civile si erano vissute esperienze impagabili. Pur nel disagio, quelle persone avevano avuto la possibilità di vivere esperienze di solidarietà e di vicinanza molto vivificanti dal punto di vista umano. È questa la flessibilità percettiva. La realtà non è né bianca né nera, molte qualità stanno nei nostri occhi di chi guarda e sarebbe importante allenarli a non fermarsi a una prima lettura della realtà.

Tu sostieni che oggi i manager dovrebbero sviluppare delle competenze trasversali che vent’anni fa non sarebbero state rilevanti. Me ne indichi qualcuna?

Un tempo, prima di entrare in azienda, si diceva “lascia l’uomo fuori e fa entrare il manager”. Oggi è il contrario. Entra l’essere umano tutto intero. L’azienda ha bisogno di presenza fisica, di motivazione, creatività, entusiasmo, energia, idee. Non solo delle otto ore. L’azienda chiede di più, ma deve anche dare di più. Se voglio che il mio collaboratore sia geniale ed entusiasta, non posso considerarlo una macchina. Devo guardarlo come una persona, vedere chi è, devo saper cogliere se arriva al lavoro col sorriso o se ha la luna storta. Ci vogliono attenzione, ascolto, empatia. Devo esercitare il rispetto, devo capire quale collaboratore è gufo e quale allodola. Posso avere quello che lavora benissimo da solo e quello che dà il meglio quando è insieme agli altri. Se non conosco chi lavora con me, i miei collaboratori non potranno eccellere. Queste sono anche le tappe delle relazioni ecologiche che noi utilizziamo in Ecopsicologia: lavoriamo sia nella crescita personale sia nella formazione aziendale per creare un buon team di lavoro.

Come psicologa e formatrice, dirigi da 14 anni la Scuola di Ecopsicologia Ecopsiché di cui sei fondatrice. Per vivere in modo equilibrato e pieno, quali insegnamenti dovremmo trarre dal contatto con la natura?

Il primo spunto arriva sul piano metaforico. Rispetto al tema del riposo, in natura tutto parla di una fase attiva e di una fase ricettiva: c’è il giorno e c’è la notte, la primavera e l’inverno. Anche noi abbiamo le nostre stagioni, c’è un momento per fare e uno per stare, uno per essere attivi fuori e un altro attivi dentro. Il secondo è molto pratico: stare in natura ci fa bene; ci permette di scaricare l’elettricità statica, di rilassarci, di far viaggiare lo sguardo in lontananza rilassando gli occhi (troppo spesso fissi su un monitor), di muoverci per sciogliere la muscolatura, di scaricare le emozioni, di chiarirci le idee. Gli studi giapponesi di Medicina Forestale hanno confermato che bastano venti minuti vicini a un albero di media grandezza o in un bosco per sentire benefici misurabili a livello fisico. Mi riferisco alla pressione, ai livelli di cortisolo nel sangue, al ritmo respiratorio e cardiaco. Il terzo spunto è filosofico: gran parte del malessere che viviamo è dovuto all’artificioso senso di distacco dalla natura che patiamo soprattutto nella grandi città. Abbiamo dimenticato che noi… siamo natura. Distruggendo il nostro ambiente stiamo danneggiando noi stessi a medio termine. L’Ecopsicologia punta proprio ad ampliare il senso dell’identità personale sino a ritrovare la consapevolezza della nostra interdipendenza con la realtà che ci circonda.

Quali sono i cinque libri (saggi o romanzi) che ti hanno cambiato la vita?

“Verso una psicologia dell’essere” di Abraham Maslow è stato la mia illuminazione sulla via di Damasco, quando ho letto quel libro avevo ventisette anni, mi sono detta “questo è quello che voglio fare nella mia vita” ed è ciò che ho fatto! “Il punto di svolta” di Fritjof Capra mi ha aperto ampi orizzonti. “The Voice of the Earth” di Theodore Roszak mi ha introdotta all’Ecopsicologia; “Civiltà dell’empatia” di Jeremy Rifkin mi ha ridisegnato la storia dell’umanità. Il libro che ha ispirata per primo, però, è stato “Il Signore degli anelli” che mi ha insegnato a cogliere lo spirito epico anche nella vita quotidiana.