Per approfondire il rapporto tra emozioni e corpo, tra il concetto di “buona salute” e quello di malattia, ho incontrato una psicosomatista con molti anni di esperienza nel campo, venti dei quali come medico anestesista, un’analisi personale di tipo junghiano e diversi diplomi di specializzazione in campo psicoterapeutico alle spalle. Oggi insegna Psicosomatica presso IAI, la Scuola di Formazione in Psicoterapia di Cremona.

Tu affermi che il corpo ci parla in molti modi. Ce ne descrivi qualcuno?

Esiste una stretta correlazione fra sentire psichico (cioè le emozioni) ed espressività corporea. Pensiamo a quando piangiamo per esprimere dolore o gioia, al rossore sul viso che appare quando proviamo vergogna o rabbia, a quando sbadigliamo per la noia o la fame, al cuore che accelera i suoi battiti quando siamo in presenza di chi amiamo o al freddo sudore che ci coglie quando siamo in preda alla paura; questi sono solo alcuni modi in cui il corpo comunica le nostre emozioni.

Anche la comunicazione non verbale, in un certo senso, può essere considerata psicosomatica?

Lo è sicuramente in quanto il corpo si fa carico di esprimere quello che, in un determinato momento, non ci possiamo permettere di esprimere a parole. Gli esempi da fare a riguardo sarebbero tantissimi. Ad esempio, a volte mentre sembriamo prestare tutta la nostra attenzione a un interlocutore molesto ci scopriamo a tamburellare con le dita sul tavolo: così riveliamo la nostra insofferenza. Oppure, durante un colloquio di lavoro possiamo accorgerci di battere ritmicamente il piede sul pavimento. Quella è l’ansia che ci avvisa che siamo a disagio.

Sto dicendo che se non facciamo nulla per avvicinarci al mondo interiore è lui a venirci incontro e a darci dei segnali sotto forma di sintomi o di malattie conclamate.

La SIMP (Società Italiana di Medicina Psicosomatica) sostiene che il sintomo sia un “telegramma dall’inconscio”. Puoi spiegarmi meglio come avviene la comunicazione tra corpo malato e psiche?

Lo stato di “buona salute” è il risultato di una comunicazione armonica fra il nostro inconscio ed il nostro io, questo vale sia per l’aspetto psichico che per quello corporeo. È in “buona salute” una persona consapevole dei suoi bisogni più profondi, delle sue potenzialità, dei suoi limiti e che sa padroneggiare istinti e pulsioni. Purtroppo non sempre riusciamo a mantenerci in “buona salute” e allora possono comparire sintomi psichici come ansia, insonnia, depressione, sentimenti aggressivi oppure sintomi corporei. Sto dicendo che se non facciamo nulla per avvicinarci al mondo interiore è lui a venirci incontro e a darci dei segnali sotto forma di sintomi o di malattie conclamate. È proprio in questo senso che la SIMP definisce il sintomo come un “telegramma dall’inconscio”. Tieni conto però che l’inconscio tende a prendere la strada del corpo in maniera preponderante in quelle persone che non riescono a dare voce alle loro emozioni, essendone a volte completamente inconsapevoli. Sembra impossibile, ma ci sono persone che non si accorgono di essere arrabbiate o che negano di provare dell’aggressività.

Si sente spesso affermare “ha vinto la sua battaglia contro il cancro ” o “ha perso la sua battaglia contro il cancro”, ma la malattia può essere vissuta come una possibilità trasformativa della persona.

Molto spesso sui giornali si legge di malati celebri che sono in guerra contro la loro patologia. Oriana Fallaci chiamava il suo tumore “l’alieno”, Emma Bonino ha dichiarato qualche tempo fa: “Io non sono il mio tumore”. Quanto è importante il rapporto che il soggetto instaura con la sua malattia nell’esito della cura?

Quasi sempre la malattia viene vissuta come un attacco alla propria integrità fisica da parte di un fattore esterno e questo accade soprattutto per quello che riguarda il cancro che simbolicamente viene immaginato come un mostro che ci attacca. Alcuni pazienti, quando sono invitati a farlo disegnano così la loro malattia, è chiaro che la stanno affrontando come una guerra. Si sente spesso affermare “ha vinto la sua battaglia contro il cancro ” o “ha perso la sua battaglia contro il cancro”, ma la malattia può essere vissuta come una possibilità trasformativa della persona: grazie a lei possiamo accorgerci di un conflitto intrapsichico o relazionale presente in noi, potenzialmente possiamo lavorare sul piano simbolico per giungere alla sua risoluzione. L’evento malattia, sia esso modesto o minaccioso per la vita stessa, modifica l’equilibrio psicofisico e relazionale di quel momento; il malato è costretto a cambiare la sua vita, è obbligato a un riassetto necessario.

Il corpo sano è già il custode dei nostri simboli. Nella nostra cultura il cuore è il depositario dell’amore, mentre il fegato lo è del coraggio, per cui anche la malattia può essere letta in chiave simbolica a seconda dell’organo e della sua funzione.

Così come accade in analisi, anche nella psicosomatica le malattie del corpo vengono lette in chiave simbolica. Mi fai qualche esempio legato all’interpretazione del sintomo?

Il corpo sano è già il custode dei nostri simboli. Nella nostra cultura il cuore è il depositario dell’amore, mentre il fegato lo è del coraggio, per cui anche la malattia può essere letta in chiave simbolica a seconda dell’organo e della sua funzione. Davanti a un disturbo a carico dell’apparato digerente o respiratorio possiamo pensare a un conflitto interno rispetto a ciò che il paziente ha “mangiato o respirato” ossia ha assimilato dal mondo esterno attraverso i suoi vissuti e le relazioni con le persone che fanno parte della sua vita. Un disturbo a carico dell’apparato immunitario può invece far pensare a problematiche legate all’individuazione e alla valutazione di un possibile pericolo proveniente dalle persone o dall’ambiente esterno. Un esempio a questo proposito potrebbe essere rappresentato dall’allergia in cui alcune sostanze completamente innocue come pollini, acari e peli di animali possono diventare estremamente pericolose per alcune persone. Queste sostanze rappresentano infatti, simbolicamente, delle pulsioni da cui difendersi. Una malattia a carico delle ossa, dei muscoli e dei tendini può essere la spia di un conflitto riguardante la dimensione operativa, trasformativa del soggetto. L’apparato muscolo-scheletrico rappresenta infatti simbolicamente la modalità con cui ci rapportiamo al nostro muoverci nel mondo; possiamo farlo in modo armonioso, fluido e flessibile andando incontro alle opportunità che la vita ci propone oppure possiamo essere frenati dalla paura. In questo caso il nostro apparato se ne farà carico con contratture muscolari, ernie e artrosi.

Hai lavorato tanti anni come medico anestesista, successivamente sei diventata una psicoterapeuta. Prima il corpo, poi la psiche. Sembra quasi naturale il tuo approdo alla Psicosomatica, dove li ritrovi entrambi. Ci racconti come è avvenuto?

Nella mia continua ricerca di corsi di aggiornamento e approfondimento a cui iscrivermi, un giorno mi sono imbattuta in uno che faceva capo all’Ecobiopsicologia e in questo modo sono riuscita a ricomporre armonicamente quella scissione avvenuta nel momento in cui avevo abbandonato l’esercizio della professione di medico per rivolgermi al mondo della psiche. L’Ecobiopsicologia è una teoria psicosomatica complessa che parte dalla filogenesi e ci spiega come gli organismi si siano evoluti e a quale stadio sia comparso un determinato organo. Sappiamo per esempio che il primo a comparire fra gli organi di senso sia stato l’udito perché evidentemente è questo il senso che ci avverte per primo di un pericolo imminente. Poi si studia l’ontogenesi che ci fornisce informazioni sullo sviluppo embrionale fino al feto. Si prende in considerazione l’anatomia umana comparandola anche con la natura e a questo proposito ricordiamo che lo scheletro ha gli stessi componenti delle rocce e che il sangue, nella componente plasmatica, è simile all’acqua di mare. Questo ci riporta alla legge della filogenesi che afferma che quello che è fuori tende a portarsi all’interno. Poi si passa a prendere in considerazione la funzione dell’organo o dell’apparato e si studiano tutti i miti a esso legati. Pensiamo ad esempio al mito di Prometeo per quanto riguarda il fegato oppure pensiamo a quelli legati agli occhi per Edipo, Argo e Polifemo. Chiaramente tutti questi studi vengono rapportati ai singoli pazienti a alle loro storie.

Per “archetipo” Carl Jung intendeva l’insieme dei processi psichici arcaici sorti prima dello strutturarsi della coscienza e che appartengono a tutta l’umanità indipendentemente da differenziazioni storiche, etniche, la lotta contro forze superiori, la sessualità, i tabù o i temi universali come la nascita e la morte.

Tu citi alcuni miti, ma cosa li lega al discorso sulla psicosomatica?

I miti, nati dalla capacità dell’uomo primitivo di riflettere sulle cause che lo spingevano ad agire ritualmente e a tradurre in forma narrativa le emozioni profonde che affondano le loro origini nella psiche archetipica, sono fondamentali per capire la valenza simbolica dei vari organi e apparati. Per “archetipo” Carl Jung intendeva l’insieme dei processi psichici arcaici sorti prima dello strutturarsi della coscienza e che appartengono a tutta l’umanità indipendentemente da differenziazioni storiche, etniche, la lotta contro forze superiori, la sessualità, i tabù o i temi universali come la nascita e la morte. La rappresentazione simbolica di queste idee sono le immagini archetipiche presenti nell’Inconscio collettivo. Ecco, l’archetipo può manifestarsi sia nella dimensione psichica che in quella corporea. Mentre Jung si è soffermato sull’aspetto psicologico, l’Ecobiopsicologia ha recuperato il versante della materialità.

Possiamo dire che l’approccio psicosomatico alla cura del paziente sia un approccio olistico all’esistenza?

Sicuramente è un approccio psicosomatico olistico quello dell’Ecobiopsicologia perché considera le vicende personali dell’uomo e la sua particolare patologia non secondo il principio logico e causativo in base al quale la causa precede sempre l’effetto (la presenza di un batterio ad esempio che dà origine ad un’infiammazione), bensì come risultato di processi circolari, secondo un processo analogico. L’essere umano viene posto al centro di una duplice rete di interrelazioni, l’una in senso longitudinale, l’altra in senso trasversale. La prima pone gli esseri umani lungo il percorso della vita biologica e psicologica a cominciare dalla presenza del primo organismo unicellulare fino al prodotto ultimo e più complesso rappresentato dall’uomo attuale (e non possiamo ancora prevedere dove l’evoluzione porterà), mentre la seconda studia l’individuo in relazione all’ambiente circostante e all’universo intero.

Facendo un percorso analitico in senso psicosomatico, la paziente ha vissuto la sua malattia come una possibilità di approfondire alcune tematiche che aveva trascurato.

Puoi citarmi un caso clinico in cui il lavoro analitico ha permesso al paziente di dare un senso alla sua malattia?

Una paziente, che aveva già fatto un percorso analitico centrato sui conflitti interni, si è ammalata di una forma tumorale a carico dell’intestino. L’intestino reclamava, attraverso il cancro, quel riconoscimento che la paziente gli voleva negare. Facendo un percorso analitico in senso psicosomatico, la paziente ha vissuto la sua malattia come una possibilità di approfondire alcune tematiche che aveva trascurato, per esempio quella di considerare il suo corpo e soprattutto le sue funzioni fisiologiche come un aspetto scisso, come qualcosa che non le apparteneva e a cui non aveva mai dato la giusta importanza.

Se qualche lettore del blog volesse approfondire l’argomento o mettersi in contatto con te come può fare?

Per approfondire il tema della psicosomatica si può far riferimento alla dispensa pubblicata dall’Istituto di Analisi Immaginativa di Cremona, mentre io sono raggiungibile via mail.

Bibliografia

Jung _C.G., L’uomo e i suoi simboli, TEA edizioni
Frigoli D., Ecobiopsicologia. Psicosomatica della complessità, M & B Publishing
Chiozza L.A., Perché ci ammaliamo, Istituto Aberastury
Dahlke R., Malattia linguaggio dell’Anima, Mediterranee Edizioni

©Erwin Bolwidt via Visual hunt