Da qualche mese in rete seguo con molto interesse “Tlon”, una scuola di filosofia di Roma che è anche casa editrice e centro culturale. La sua fondatrice, insieme al marito Andrea Colamedici, è una filosofa che non ha paura di dialogare con molti dei temi che la maggior parte degli accademici ripudiano e disprezzano. Parlo della magia, dell’esoterismo e della letteratura fantastica.

Maura Gancitano invece è perfettamente a suo agio nel trattare questi argomenti, a conferma di ciò che penso da tempo e cioè che la filosofia possa analizzare proprio tutto. L’ago della bilancia è sempre il “come” si affronta un dato argomento, ma un po’ anche il fine che ci si dà. Il mio – e quello del blog – è quello di aprire ogni giorno uno spiraglio più ampio sulla percezione personale e di sviluppare progressivamente la consapevolezza rispetto al mio stare al mondo, per questo non mi indigno se lei usa un film della Disney come “Maleficient”, la cui protagonista è la regina di un mondo fantastico chiamato “La Brughiera”, per parlare di archetipi maschile e femminile e della condizione della donna, ma anzi la ammiro profondamente per la sua arguzia e sensibilità.

Uno degli aspetti che amo di più dell’offerta culturale di Tlon è che non avete alcun problema a parlare delle esperienze “di confine”, di magia, di spiriti, di stati non ordinari di coscienza, mentre sappiamo bene che l’ambiente filosofico cosiddetto tradizionale guarda il mondo dell’esoterismo con scetticismo. Come siete arrivati alla sintesi, cioè a fregarvene delle critiche?

Se c’è una cosa che non ci piace è fare quello che fanno tutti gli altri, essere totalmente immersi nello spirito di questo tempo, non fare niente di anormale. Avremmo potuto cavalcare la fiumana New Age o parlare di filosofia nel solito modo, ma in entrambi i casi non saremmo stati onesti con noi stessi, avremmo nascosto una parte di noi. Dunque abbiamo deciso la strada dell’autenticità, parlando di epistemologia e tarocchi, di filosofia politica e storia della magia. In questo modo rischiamo di dare fastidio all’una e all’altra parrocchia, ma desideriamo essere coerenti e di inseguire la conoscenza senza crearci dei dogmi, delle barriere, delle fratture tra aree diverse del sapere. Per farlo occorre una certa sicurezza di sé, dato che si rischiano critiche furiose da entrambe le parti – siamo mentali per le persone spirituali e fricchettoni per le persone razionali – ma la forza del nostro progetto risiede proprio nel tentativo di raggiungere chi ha il nostro stesso spirito, l’attrazione verso interessi che sono ritenuti diversi solo da un paio di secoli, ma che nella storia dell’uomo sono sempre stati integrati.

Tu stessa hai fatto delle esperienze di tipo esoterico e transpersonale. Me ne vuoi parlare?

Ho studiato e sperimentato a lungo, ho approfondito alcune discipline e in particolare l’insegnamento di Gurdjieff. Proprio in un gruppo gurdjieffiano ho incontrato mio marito Andrea Colamedici, e insieme abbiamo iniziato a ragionare sul panorama spirituale contemporaneo. Come sono nate le tecniche olistiche? Perché alcune sono così potenti? Quali sono i rischi per i praticanti? I mondi invisibili sono davvero così pacifici e illuminati come vengono dipinti dalla New Age? Attraverso l’esperienza personale e lo studio delle tradizioni abbiamo sviluppato un occhio critico nei confronti di alcune delle esperienze che avevamo vissuto, che sulle prime sembravano innocue, ma che rischiavano di essere pericolose. Per questa ragione abbiamo smesso di condurre seminari che provocano esperienze di picco, cioè stati non ordinari di coscienza che poi la persona, una volta tornata a casa, non riesce ad elaborare, così come siamo molto critici nei confronti di tutti gli ambienti settari. Il percorso spirituale secondo noi è fatto più di silenzio, costanza e discernimento, più di scelte intime e uniche che di autostrade da percorrere.

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Screenshot preso dal film “Maleficient” di The Walt Disney Company (2014)

Ho visto “Maleficient” al cinema e, come te, ne sono rimasta profondamente affascinata. Come hai raccontato nel video di Anima Tv, quello è un film sul potere degli archetipi femminile e maschile che possono sciogliere le catene nelle quali siamo siamo imprigionati da generazioni. La soluzione è prendere possesso della propria storia personale, ma come?

È una delle domande che mi viene posta più spesso, probabilmente perché in Malefica non offro una formula magica per la trasformazione della rabbia. Non la offro perché secondo me non esiste una tecnica valida per tutte. Esistono dinamiche socio-culturali, condizionamenti comuni, ma ogni storia è personale. Ciò che posso dire a livello collettivo è che spesso ci sentiamo in colpa per dei comportamenti che mettiamo in atto meccanicamente e da cui non riusciamo a liberarci, ma che non dipendono da noi. Sono il frutto di un’educazione sessista che si poggia su una storia lunga millenni, quella del patriarcato, dell’idea di uomo forte che deve schiacciare la donna per renderla debole, governabile. Occorre smontare quest’idea e creare un modello di educazione inclusiva, che aiuti ad ascoltare le proprie emozioni e raccontarle, che educhi a relazioni autentiche e paritarie.

Ho scritto degli articoli e tenuto delle conferenze su Alice nel Paese delle Meraviglie, Mary Poppins, Harry Potter, La Bussola d’Oro e ne ho altre in programma insieme ad Andrea.

Cosa si può fare a livello collettivo?

Si può fare moltissimo, ciascuno di noi può osservare queste dinamiche e creare nuove narrazioni. A livello individuale posso dire questo: la rabbia è energia sprecata che le donne in genere disperdono perché non sanno come utilizzare, perché sono state obbligate a nascondere il proprio potere, a comportarsi da brave bambine, reprimendo così una parte potentissima di sé, oppure usandola per piacere agli altri, per rendersi attraenti. Ciò che consiglio di fare è di iniziare a gestire il tempo e le energie in modo diverso, a riprendersi quello spazio dedicato all’esterno e di usarlo per creare azioni davvero rivoluzionarie, creative, libere, che non confermino questo modello di società, ma che ne propongano uno nuovo.

la rabbia è energia sprecata che le donne in genere disperdono perché non sanno come utilizzare, perché sono state obbligate a nascondere il proprio potere, a comportarsi da brave bambine, reprimendo così una parte potentissima di sé, oppure usandola per piacere agli altri, per rendersi attraenti.

screenshot tratto dal film

In Maleficient il bacio “del vero amore” che sveglia la principessa Aurora non è quello dato dal principe di turno, ma quello di Malefica, la fata vendicativa trasformatasi nel tempo in madrina amorevole. La fiaba ci sta dicendo che solo il femminile può salvare se stesso?

A mio parere il Cristianesimo prima e la nascita della società di massa poi hanno distrutto gli spazi sacri, i riti di passaggio e i punti di riferimento delle comunità. Le donne si sono sempre riunite, hanno sempre condiviso momenti sacri – il parto, per esempio – ma in particolare negli ultimi due secoli questi sono stati progressivamente sottratti. La sopraffazione e la prevaricazione da parte del patriarcato ha costretto le donne a rinunciare a quella parte di sé che esprimevano solo tra di loro – tante “streghe” non facevano altro che questo – e da qui secondo me hanno origine tante dinamiche conflittuali tra donne, in particolare tra noi e le nostre Antenate, cioè le donne delle generazioni precedenti. A loro è stato tolto qualcosa e sono in preda alla rabbia, e per vendicarsi – anziché creare nuove condizioni o rivalersi sul sistema patriarcale – scelgono di accanirsi sulle altre donne perché abbiano il loro stesso destino. Ecco perché Malefica maledice Aurora, ed ecco perché la sceneggiatrice del film, Linda Woolverton, sceglie nella rinarrazione di Maleficent di cambiare il finale e far dare a lei il bacio del vero amore: è solo ricostruendo l’unione profonda e originaria tra donne – quella tra ciascuna di noi e la propria fata madrina – che si può iniziare a cambiare la società.

All’inizio dell’anno prossimo Edizioni Tlon pubblicherà il romanzo La tenda rossa di Anita Diamant, una storia che ha per protagoniste le donne della Bibbia e le loro pratiche sacre. Una storia inventata ma potentissima, che ha dato vita a un movimento spontaneo di creazione di tende rosse in tutto il mondo, degli spazi in cui le donne si riuniscono e ricostruiscono quei momenti di intima condivisione.

Mi piace molto la tesi di Florinda Donner-Grau che citi nel tuo libro, quella sulla differenza nell’approccio alla conoscenza che possiamo riscontrare tra le donne e gli uomini. Le prime passano dall’astratto al concreto, gli uomini viceversa. È una differenza solo cognitiva? Come si possono integrare le due modalità?

Ho voluto parlare di Taisha e Florinda, le cosiddette “streghe di Castaneda”, sebbene le loro posizioni possano apparire fastidiose e insolite, perché parlano di una differenza sostanziale tra uomini e donne che è cognitiva ma anche ontologica: le donne sono diverse dagli uomini. Per questo invitano le donne a non disperdere la propria energia sessuale ma ad usarla solo con qualcuno di cui si fidano, che è in grado di riconoscerle e rispettarle, che non vuole appropriarsene, come in genere gli uomini tendono a fare (anche – e forse soprattutto – quelli “spirituali”). Hanno parlato di un potere uterino che non ha niente a che fare con la maternità – che è una possibilità nella vita della donna, non una necessità – ma con il contatto con il corpo, con la sua anatomia, che è molto diversa da quella dell’uomo. Florinda e Taisha invitano alla scoperta del corpo, della conoscenza che può offrire attraverso il piacere, ma mettono in guardia dall’uso inconsapevole del contatto sessuale.

Ci sono ancora molti uomini che seguono il modello di Re Stefano, che obbedisce solo alle leggi del denaro e del potere e che ha difficoltà a relazionarsi con le donne in modo paritario, ma molti altri si rendono conto della necessità di costruire un modello maschile nuovo, un altro modo di essere colleghi, partner, padri, fratelli, figli.

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screenshot tratto dal film

Infatti il rapporto con il proprio corpo è un tema essenziale…

Se riuscissero a usare il proprio corpo le donne potrebbero avere delle esperienze spirituali fortissime, non avrebbero bisogno di altro se non del proprio corpo. Per far questo occorre liberarsi dalla dittatura della taglia 42, della prova costume, dell’essere sempre a posto, ben pettinate e truccate. Ecco perché lo ritengo un discorso importante a livello spirituale, ma anche profondamente politico. In questo senso non invitano a un’integrazione, ma alla consapevolezza della propria natura. Ciò ovviamente non significa che le donne non siano in grado di ragionare o che a loro siano precluse certe professioni, tutt’altro: donne e uomini possono scegliere come vivere al di là di tutto, ma la conoscenza del proprio sé non può prescindere dalla conoscenza del corpo.

Approfondisci il tema della rabbia nel femminile, ma ti soffermi anche sulla condizione maschile e sulla crisi del patriarcato. Che lettura fai, da filosofa, del problema della violenza sulle donne che in questo periodo storico sembra particolarmente drammatico?

È un problema che mi sta molto a cuore perché è il simbolo della difficoltà dell’uomo di abbandonare l’idea che la donna sia in suo possesso, un oggetto di cui disporre come vuole. Ci sono ancora molti uomini che seguono il modello di Re Stefano, che obbedisce solo alle leggi del denaro e del potere e che ha difficoltà a relazionarsi con le donne in modo paritario, ma molti altri si rendono conto della necessità di costruire un modello maschile nuovo, un altro modo di essere colleghi, partner, padri, fratelli, figli. Alcuni di loro riescono a seguire una direzione chiara, altri sono profondamente confusi. In ogni caso, hanno estremo bisogno di raccontarsi, di parlare di sé, di fare un esercizio di autocoscienza da cui il patriarcato si è sempre tenuto alla larga. Ecco perché abbandonare il modello patriarcale non è una necessità solo per le donne. Lo è per tutti.

A proposito di donne e società, secondo Silvano Agosti recentemente intervistato su Tutto è bello, il femminismo è solo il modo che le donne hanno trovato per ottenere le stesse catene degli uomini e non per liberarsene definitivamente. Tu cosa ne ne pensi?

Credo che il femminismo sia stato un tentativo necessario per ribellarsi alle dinamiche patriarcali. È stato il primo tentativo dopo la nascita della società di massa di unirsi di nuovo tra donne e osservare insieme la propria condizione sociale, la propria insoddisfazione. Vivevano nelle campagne ed erano state costrette ad andare a lavorare in fabbrica in una grande città, in case minuscole e luride, senza punti di riferimento, senza rispetto per il loro corpo, con una paga misera, molto più bassa di quella degli uomini, senza diritti, spesso abusate dai loro padroni, e ridicolizzate se chiedevano condizioni diverse, o il diritto di voto. Si sono unite perché avevano tutte bisogno di esprimere una rabbia repressa sia per le condizioni attuali sia per il modo in cui la donna veniva trattata da millenni. Sono state le prime ad accorgersene, hanno messo a rischio tutto, e tanti dei nostri diritti – che diamo per scontati – sono un loro regalo. Ovviamente hanno fatto ciò che era possibile in quel momento e spesso non sono riuscite a trasformare la rabbia, a volte hanno fatto scelte estreme, ma è stato un momento necessario. Allo stesso tempo credo che questa rivoluzione non abbia messo in dubbio il modello di società di massa che ha creato quella situazione, e che le donne abbiano aderito all’idea che il lavoro e la posizione sociale siano il valore supremo dell’essere umano. Io credo che oggi sia necessario fare un passaggio successivo, riappropriandosi di spazi sacri e creando nuovi modelli di relazione.

Hai mai pensato di scrivere una collana di saggi sulle fiabe con lo stesso taglio che hai dato a Malefica? Te lo chiedo perché secondo me sarebbe un successo.

Ho scritto degli articoli e tenuto delle conferenze su Alice nel Paese delle Meraviglie, Mary Poppins, Harry Potter, La Bussola d’Oro e ne ho altre in programma insieme ad Andrea, perché crediamo entrambi che la letteratura fantastica sia un modo straordinario per raccontare sé e il mondo. Anche per questo il nostro progetto, Tlon, prende il nome da un racconto fantastico di Jorge Luis Borges. Dunque l’idea che mi suggerisci è realizzabile, ho solo bisogno di capire come farlo senza copiare qualcosa che è stato già fatto da altri.

Mi dici i titoli dei cinque libri (saggi o romanzi) che ti hanno cambiato la vita?

Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder, Anna Karenina di Lev Tolstoj, Idee per una fenomenologia vera di Edmund Husserl, Frammenti di un insegnamento sconosciuto di P. D. Ouspensky, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.