Perché per sviluppare la nostra autenticità è necessario esercitarsi quotidianamente. “La consapevolezza è importante, ma non costituisce la meta bensì la premessa necessaria per mettersi in viaggio”. Lo sostiene Moreno Montanari, analista filosofo, docente, formatore e collaboratore di La Repubblica e Doppiozero.

In qualità di filosofo vieni spesso interpellato da quotidiani e periodici. Di quali malesseri figli della contemporaneità la filosofia può prendersi cura?
Se distinguiamo con Heidegger tra il prendersi cura (Sorge) e cura in senso medico (Kur), la filosofia può prendersi cura di tutto. Se, come credo, Nietzsche ha ragione, il principale motivo di inquietudine umana nasce dall’incapacità che abbiamo di dare senso a ciò che accade e la filosofia nasce proprio per fare i conti con questa inquietudine senza raccontarsi frottole. Questa è anche la conclusione alla quale perviene, in ambito terapeutico, Jung: a curare è l’elaborazione di un senso che tiene insieme la vita nelle sue prove più difficili e le dà slancio nei suoi momenti di grazia. La filosofia porta in dote alla vita anche la meraviglia dalla quale originariamente sorge e che insegna a guardare alla vita con occhi innamorati, perché la filosofia è una forma di philia, di amore. C’è in gioco, nel suo sguardo, una forma di attenzione partecipata, meravigliata e accorata, che è il contrario dell’indifferenza, del cinismo, uno sguardo che può insegnare addirittura a rimanere con quello che la inquieta.

Praticamente in tutti i tuoi libri ricorre l’espressione di Nietzsche “diventare ciò che si è” e cioè il tema della realizzazione della propria unicità. In che modo la filosofia insegna a realizzarsi?
In molti modi diversi. Nell’espressione di Pindaro che Nietzsche ha reso celebre c’è l’idea – propria di tutta la filosofia- che l’esistenza sia chiamata a realizzare le proprie potenzialità sviluppando quella che i greci chiamavano “eudaimonia”, ovvero la piena fioritura della propria autenticità. Questa per svilupparsi deve essere esercitata, educata; per questo l’accento va posto sul divenire se stessi e non sul conoscere se stessi. La consapevolezza è importante, ma non costituisce la meta bensì la premessa necessaria per mettersi in viaggio. Questa non è una dimensione alla quale si possa accedere una volta per tutte, ma un modo di aprirsi alla vita sempre in divenire, con i valori che sentiamo consonanti al nostro modo di essere. Indica l’apertura di uno spazio di possibilità espressiva ed esistenziale che nasce anche dalla capacità di abbandonare (o ridurre) espressioni di sé inautentiche. L’espressione nietzschiana, nella mia rilettura, è inscindibilmente intrecciata al processo di individuazione di Jung che all’invito a emanciparsi dai modelli dominanti (per elaborazione personale e non per mera contrapposizione) aggiunge l’imprescindibile disponibilità a fare i conti con la nostra Ombra e che siamo invitati ad accettare e, se possibile, integrare.

La cura di sé, nella filosofia ellenistico-romana, passava per degli esercizi definiti “spirituali”. Mi puoi spiegare in cosa consistono?
Con esercizi “spirituali” Hadot si riferisce ad alcune pratiche che scandivano la giornata (come per esempio l’esame di coscienza per i Pitagorici, la memento mori per gli Epicurei o lo sguardo dall’alto per gli Stoici). Esse non si limitavano a chiamare in causa la ragione, ma richiedevano l’investimento di quello che, con una formula, Hadot ha definito “l’intero psichismo dell’uomo” e che noi analisti filosofi abbiamo ripensato includendo anche l’inconscio. Gli esercizi erano detti “spirituali” anche perché coltivavano un sapere capace di orientare l’esistenza di chi li sperimentava. Certe verità, dice Zambrano, non lasciano la vita come la trovano, ma la trasformano. “Spirituale” è dunque un sapere che va al cuore della vita, un sapere che possiamo chiamare “senso” e che ruota attorno alle cose prime e a quelle ultime della vita. Chiamando “spirituali” questi esercizi Hadot, che aveva dimesso l’abito talare, vuole probabilmente sottolineare che le religioni non possono arrogarsi il monopolio della spiritualità e che essa può essere ben coltivata anche senza aderire a una religione.

Uno dei capisaldi dell’analisi biografica a indirizzo filosofico e di una corrente di consulenti filosofici è proprio la promozione in chiave contemporanea della filosofia antica. Quali sono le ragioni di questa proposta formativa?
In generale nella consulenza filosofica c’è un riferimento alla filosofia come stile di vita volto alla consapevolezza e alla coerenza rispetto ai principi logici ed etici che reggono la propria visione del mondo che si intende chiarificare; una filosofia che non si riduce a studio, ma si propone come una sua declinazione esistenziale. Per alcuni consulenti filosofici e per tutti gli analisi biografici a orientamento filosofico il riferimento è invece innanzi tutto alla disposizione a praticare gli esercizi spirituali che facilitano la trascendenza dal proprio ego, senza la quale, secondo Hadot, non si dà filosofia. Farlo significa non concepirsi più al centro del mondo, riconoscendo che ogni singola esistenza è innervata da un ordito di relazioni che la intessono e senza le quali non sarebbe. Nella lettura della filosofia antica fatta da Hadot qualsiasi tema andava analizzato nella relazione trascendente con la verità, la comunità umana e il cosmo; il soggetto non poteva mai essere considerato senza tener conto della dinamiche inter e intra soggettive che lo innervavano. Oggi questo movimento si rivela doppiamente prezioso perché provando a guardare al soggetto come interdipendente dell’ambiente nel quale è inserito, non riduce ogni questione a un suo deficit performativo o a un difetto di personalità, ma riconosce che esse sono inserite in un contesto dalle quali emergono e che non si possono ignorare se si vogliono comprendere davvero.

Esiste un valore aggiunto dell’analisi biografica a orientamento filosofico rispetto allo stile di vita filosofico di Hadot?
Alla relazione con la verità, la comunità umana e il cosmo propri della filosofia antica, l’analisi biografica ha aggiunto quattro trascendenze nelle quali l’aspetto simbolico e l’inconscio rivestono un ruolo di primissimo piano: quella del negativo con elaborazione dell’ombra; quella del desiderio di desiderio, ossia della capacità di riconoscere nel desiderio un tratto costitutivo e vitalizzante dell’umano ma senza sviluppare attaccamento nei confronti dell’oggetto del desiderio (come direbbero i buddhisti, ma anche Hadot) e senza trasformarlo in un feticcio o identificandosi con esso; la trascendenza della propria biografia a favore del riconoscimento dell’esistenza, nella propria vita, di aspetti consonanti con un’eredità collettiva comprensibile grazie alla rielaborazione di forme archetipiche (mitobiografiche), ma anche la capacità di sintetizzare un patrimonio sapienziale di saggezza che ciascuno elabora da sé, secondo le proprie esperienze di vita.

Oltre a essere uno tra i docenti di Abof, insegni anche a un corso dal sottotitolo ambizioso: Scuola del mestiere di vivere..
È un mestiere paradossale perché nessuno può insegnarci a vivere la nostra vita e perché nessuno può dirsi professionista della vita. Il mestiere fa riferimento a un sapere artigianale e incerto, che procede senza modelli sicuri, e si fa strada per tentativi ed esperimenti. Tuttavia ogni personale vicenda biografica si struttura, inevitabilmente, anche sulla base di alcune risposte che la nostra civiltà ha elaborato e che ci ha tramandato, molto spesso sotto forma di storie, di miti, ossia di racconti che mettono in scena, in forma simbolica e spesso mascherata, quella che Hegel chiamava “la storia romanzata dell’esistenza”, nella quale si affrontano quegli snodi esistenziali con i quali ciascuno di noi è, prima o poi, chiamato a fare i conti. In ogni biografia è possibile scorgere alcuni aspetti di alcuni celebri miti che ruotano attorno a figure o fasi archetipiche. Raccontare la nostra storia, significa al contempo, in qualche misura, raccontare la storia di ogni vita; per questo i miti ci attraggono tanto, perché raccontano sempre la nostra storia, ne indicano le strettoie e le possibili evoluzioni. Non di rado, ci dicono persino come andrà a finire se ci ostineremo a non introdurre variazioni personali sul tema.

Perché è importante lavorare in gruppo?
Il gruppo è un’enorme risorsa perché facilita l’espressione di aspetti di sé che si chiariscono e prendono forma grazie al gioco di rispecchiamento e differenziazione che avviene tra i membri. È agendo e parlando, scrive Arendt, che l’essere umano mostra e comprende chi è (non “che cosa è” o “che cosa fa”) e questo, nel gruppo, è particolarmente evidente. Un buon gruppo è sempre qualcosa di più e di diverso dalla semplice somma delle parti che lo compongono. In esso si può sperimentare quel movimento di trascendenza e appartenenza del quale abbiamo parlato. Può essere una vera forza propellente e, al tempo stesso, una sana sperimentazione della capacità di darsi e vivere bene nei limiti.

Anche se la vostra scuola non è connotata dal punto di vista religioso, in tutte le proposte di Philo è percepibile una sorta di “senso del sacro”. Perché si è resa necessaria questa apertura al trascendente?
L’esperienza del sacro, come insegna Mircea Eliade, “è indissolubilmente legata allo sforzo compiuto dall’uomo per costruire un mondo che abbia un significato”. Questa sfera, ai livelli più arcaici della cultura, si lega alla dimensione religiosa, ma non è necessariamente connessa ad essa, proprio come la spiritualità che può essere laica, sia nel senso che non si rifà necessariamente a una verità rivelata, che perché è capace di confrontarsi senza preconcetti con ogni forma di credo. La vita, ogni vita, è sacra, ma per ragioni che ciascuno ritrova in sé. Per quanto personali, tali ragioni potranno chiarirsi tanto più si confronteranno con i saperi ereditati dalle nostre culture. Sacro è l’orizzonte di un sapere che l’uomo non produce da sé e al quale, in qualche modo, sente di appartenere, ma è anche lo spazio di una ritualità che facilita l’accesso, anche momentaneo, a un’altra dimensione della vita, quella simbolica, che nel nostro caso è caratterizzata soprattutto, ma non solo, da quelli che abbiamo definito esercizi spirituali.

Sei un analista filosofo, un consulente filosofico e insegni al Master in Couseling e Pratiche Filosofiche dell’Università di Messina. Mi aiuti a fare un po’ di chiarezza tra queste discipline (analisi biografica a orientamento filosofico, consulenza filosofica e counseling)?
Oltre al diverso modo di rapportarsi all’insegnamento di Hadot, del quale ho già detto, nell’analisi biografica echeggiano il contributo junghiano con l’apertura alle dinamiche dell’inconscio e una grande attenzione alla dimensione simbolica della quale la consulenza filosofica ritiene di poter fare a meno scegliendo di definirsi, per lo più, per sottrazione dalla dimensione psicologica. Dal punto di vista operativo la consulenza filosofica si pensa come un processo che può facilitare una presa di posizione sulla propria visione del mondo, di valutare i punti di criticità, svolgendo una chiarificazione della sua filosofia di vita implicita. L’analisi biografica a orientamento filosofico intende invece promuovere quell’eudaimonia dalla quale siamo partiti e che considera la consapevolezza rispetto alle proprie modalità di aprirsi al mondo come il possibile punto di partenza verso un’esistenza più autentica. Questo spiega anche la differente durata dei due approcci; la consulenza filosofica, come ogni forma di counseling, tende a durare mediamente una ventina di ore; per l’analisi biografica ciò non è possibile, né avrebbe senso indicare una durata in anticipo.

Tu insegni anche filosofia al liceo, ma sei anche un analista e un consulente. Com’è il tuo approccio nei confronti dell’insegnamento?
I miei studenti dicono che non si limitano a studiare filosofia, ma hanno l’impressione di farla. Non so se è vero. Ogni periodo storico ha i suoi miti: la Grecia antica, il medioevo, la modernità, la contemporaneità. La nietzschiana morte di Dio, ad esempio, si presta molto bene a parlare di noi e del nostro tempo. Il lavoro che si fa a scuola è tuttavia ovviamente diverso da quello che faccio in studio. A scuola ho di fronte una classe, ci sono valutazioni e programmi dei quali tener conto. Il mio modo di concepire e vivere la filosofia è sempre lo stesso, ma il contesto richiede un lavoro in buona parte diverso.

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