Dimenticatevi la data di nascita che trovate stampata sulla carta di identità, non c’è cosa più liberatoria che dedicarsi a un’attività che non si è potuta coltivare abbastanza in passato. Cogliete l’attimo. Iniziare a recuperare il tempo perduto è come prendersi una rivincita gigantesca su un destino considerato un po’ beffardo. Questa decisione è capace di liberare una potenza pazzesca e sappiate che la soddisfazione che ne deriva (come le cose di Mastercard che non si possono comprare) non potrà mai avere un prezzo.

Quando ero piccola cantavo sempre, da sola stringendo in mano la frusta da cucina come fosse un microfono o in coro all’asilo dove la mia prima maestra, di cui non ricordo né il volto né con sicurezza il nome, accompagnava me e i miei compagni con la chitarra. Mi ricordo il cupo ritornello de “La pecora nel bosco” e anche che un giorno, sulla strada per il bagno, incontrai una delle bidelle che puliva canticchiando un ritornello che scoprii solo successivamente essere quello di una canzone di Toto Cutugno. Come è possibile che io abbia ancora in testa quell’episodio e quella strofa? Mistero, eppure è così. Era il 1983 e fu lui a vincere Sanremo con “L’italiano”. Era anche il mio ultimo anno di asilo.

Una carriera stroncata sul nascere

Durante gli anni della scuola elementare sapevo a memoria, come tanti della mia generazione, tutte le canzoni dei cartoni animati cantate da Cristina D’Avena e impazzivo per Raffaella Carrà. Era una specie di dea per me, l’adoravo come si può adorare solo un mito. L’amavo alla follia e sognavo di essere com’era lei: esuberante, eclettica e radiosa. Che poi era un po’ come mi sento io davvero, quindi non mi è andata poi tanto male. Una mattina, in classe, erano venuti a farci visita degli insegnanti del Teatro alla Scala, cercavano nuove leve da inserire nel coro delle voci bianche. Ci avevano messo in fila e, a turno, ci chiedevano di eseguire dei vocalizzi. Mi ricordo che, tra tanti bambini e bambine da invitare a far parte del gruppo, avevano scelto anche me, mi avevano dato una lettera da portare a casa, ma mia madre non ne volle sapere di informarsi e l’argomento fu chiuso sbrigativamente. Proprio oggi ho provato a richiederle ancora di quella faccenda, ma non si ricorda più nulla. Peccato, perché io invece ricordo tutto molto bene, quell’episodio è archiviato nella mia memoria con un titolo: “esempio lampante di ingiustizia”.

Il flauto, la morte della creatività

Dalle medie in poi non ho ricordi edificanti sul canto, ricordo che alle medie durante l’ora di musica si studiava flauto e che non mi piaceva solfeggiare. Alle superiori avevo iniziato a prendere lezioni di chitarra classica da un’insegnante privata, ma scoprii molto presto che anche quella non era.. nelle mie corde. Eseguire le scale mi annoiava. A lezione non sono mai andata oltre, mi sono fermata prima. Cercavo di suonare e cantare per conto mio le canzoni di Guccini ma il risultato era davvero poco esaltante. La chitarra l’ho venduta durante gli anni dell’università a una ragazza marchigiana a cui invece diede grandi soddisfazioni. Qualche anno fa ho avuto voglia di riprendere in mano questa passione, che più che una passione è un tratto costante del mio essere nel tempo. Sono “canterina di natura”, lo sa bene il mio compagno che a volte mi chiede di smetterla. Qualche anno fa ho preso lezioni di canto moderno da un bravo insegnante che però era molto prestazionistico. Mi aveva scherzosamente definito “diversamente intonata”, ma dato che non andavo lì per prepararmi a X Factor, ma solo per lavorare sulla voce, quel commento mi era sembrato poco delicato, persino scortese. So di non avere la voce di Mina o di Elisa, quindi? Poi non sono affatto stonata! Ero evidentemente alla ricerca di qualcosa di diverso.

Ritrovare la voce passando dal cibo

Quando, qualche mese prima dell’inizio di Expo Milano 2015, ho intervistato Domitilla Melloni su temi che però non centravano tanto con la voce, quanto con il corpo e il cibo, mi parlò di un seminario di canto che aveva appena aperto a Philo e a cui io, però, quell’anno non sarei riuscita a partecipare. Mi sono potuta iscrivere a “Di chi è la voce?” solo a gennaio dello scorso anno e oramai è oltre un anno che lo frequento. È un percorso che unisce il lavoro sulla voce alla scoperta di sé. È un corso dove si istaura un rapporto molto bello e autentico tra docenti e allievi (e tra gli allievi) e dove l’ansia da prestazione c’è (ovvio!), ma è ridotta dal contesto, cioè da un gruppo di persone deliziose, rispettose e delicate che favorisce la condivisione delle pratiche e non il giudizio sulle performance.

Ci sono posti dove ti senti subito a casa, altri meno

Sempre posseduta dalla febbre per il canto, a ottobre dello scorso anno mi sono iscritta anche a un coro che si ritrova una volta alla settimana proprio vicino a casa, ma non mi sono sentita a mio agio né con il maestro né con gli altri partecipanti. In aggiunta, il repertorio non mi piaceva, questione di feeling, così ho abbandonato dopo qualche lezione. Il mio prossimo step sarà prendere qualche lezione con Lorenzo Pierobon, un maestro che insegna canto armonico, sperimentazione e ricerca vocale. Appena avrò provato vi scriverò le mie impressioni, e sarebbe bello anche istituire il coro di Philo, ma questo Domitilla lo sa già. Tutto questo lungo post per una breve conclusione: coltivare il proprio giardino dovrebbe rimanere sempre una priorità assoluta della vita, ma – si sa- questo non è sempre così facile per tutti, fortuna che l’esistenza (a volte) ci sa dare il tempo per recuperare.

neil alejandro via VisualHunt