È sempre stato uno stress, una noia mortale, una fatica che mi manda in tilt il cervello e mi mette a disagio. Ma non è tutto qui.

Non associo lo shopping a ricordi positivi e spendere tanti soldi in abiti non è mai stata una priorità (vedi alla voce “anticapitalismo militante”, “lotta al consumismo”, “amore per la filosofia e per la cultura prima di ogni altra cosa” e blablablabla), eppure cambiare look mi piace, tanto che in 41 anni ho sperimentato una valanga di stili diversi.

È un problema? No, perché – come tutti noi – contengo moltitudini. Lo ha scritto il filosofo Andrea Colamedici (intervistato anche su Tutto è Bello) in un post su Facebook:

Rivendica con Whitman il tuo diritto a contenere moltitudini. […] La sincerità non consiste nello scegliere un singolo io ma nell’aderire a sé stessi. Ed essere contraddittori e paradossali è il miglior modo per essere umani.

Creatività e trasformismo, ma a che prezzo?

Vorrei tanto, giuro, vestirmi e truccarmi ogni mattina di tutto punto, ammiro incommensurabilmente chi ci riesce e questo non è mai stato un segreto. Del resto è inutile fare le anime pure, perché la cura di sé, la creatività, la joie de vivre, il manifestarsi al mondo per ciò che siamo passa anche dall’abbigliamento (e dai colori!) che scegliamo di indossare.

Ammettiamolo una volta per tutte, ma ammettiamo anche che spesso questa creatività rende schiava un’altra parte di noi. Perché la perfezione costa fatica. Perché costa fatica farsi belli tutti i giorni, soprattutto se lo facciamo per essere accettati.

Una modella con un abito rosa a fiori bianchi sotto un portico

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Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei

Lo facciamo tutti, o quasi. A volte cerchiamo approvazione sociale attraverso la scelta degli abiti. Perlomeno a me – lo ammetto – capita di ricercarla e l’importante, come sempre, è esserne consapevoli.

Cerco di vestirmi decentemente anche a casa perché non voglio presentarmi ai vicini in tuta, ricrescita e mollettone, perché come scrive la mia amica Linda l’amore per noi stessi si manifesta proprio quando gli altri non ci vedono. A proposito, se non sapete cosa mettervi quando siete a casa, leggete i suoi preziosi consigli.

Se invece siete interessati a come – attraverso il Tantra – si possano superare molte paure legate al proprio corpo leggete l’interessante intervista a Gabriele Andreoli.

Ti piace essere seduttivo o non ti piace per niente? Sei un/una nerd? Ti piacciono i capi firmati? Sei contro il sistema? Hai un’anima romantica? Ti piace il vintage? Ami il lusso? Sei un/una nostalgico/a degli anni ‘70? Ecco:

il noto psicologo di Palo Alto Paul Watzlawick sosteneva che non comunicare sia impossibile e infatti anche chi si erge a paladino della sobrietà deve riconoscere che la scelta di un certo tipo di abbigliamento e di stile è dettata dall’esigenza di farsi ri-conoscere.

L’apparenza inganna o è rivelatrice?

Qualcun altro sosteneva che l’abito faccia il monaco mentre un meraviglioso aforisma di Oscar Wilde diceva:

solo i superficiali non giudicano dall’apparenza

Aveva ragione lo scrittore irlandese, secondo voi?

Ovviamente no, o comunque non del tutto, ma è indubbio che nelle interazioni umane la comunicazione non verbale dice tantissimo e che la realtà si decifra interpretando parecchi non-detti difficilmente spiegabili a parole.

Chiamatela sensibilità, chiamatela empatia. C’è chi la possiede naturalmente, c’è chi ci mette una vita a svilupparla, ma di una persona possiamo recuperare tutta una serie di informazioni preziose, anche senza che questa apra bocca (no, Lombroso non c’entra).

Ragazza cerca un abito in un armadio

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Skinny o a campana? Chi lo decide?

Abbiamo detto che la cura di sé passa anche dalle attenzioni che rivolgiamo al corpo e dalle modalità creative con cui lo abbelliamo. Detto questo penso che la vanità sia un peccato dannatamente piacevole, ma solo fino a un certo punto. La strada dell’inferno, come sappiamo bene, è lastricata di buone intenzioni.

Pur sapendo che l’abbigliamento ricercato e la cura di sé non sono in alcun modo riconducibili alla superficialità e che si può essere stilosi e ordinati pur essendo persone profonde, mi rifiuto di star dietro alle tendenze della moda.

Non voglio uniformarmi ai modelli imposti dal mercato, ma anche a quella che viene definita “controcultura” perché  – diciamolo – è semplicemente un altro modo di adeguarsi a uno schema che ci piace o al gruppo sociale a cui sentiamo di appartenere. Niente di male. Basta saperlo.

I gironi infernali dello shopping

E comunque non sono capace di fare shopping, la scelta tra milioni di capi diversi mi fa andare in confusione, in molti negozi c’è troppa gente e non sono mai riuscita a trovare degli abiti con un buon rapporto qualità-prezzo.

Nell’asia di fare in fretta, le poche volte che ci vado, compro cose di cui a volte mi pento. A parte le dovute eccezioni (mi piacciono Miu Miu, Comptoir des Cotonniers, Elisabetta Franchi, Momonì, Suede e Lazzari), non conosco brand che mi facciano battere il cuore.

Per me lo shopping non è divertente, non è un gioco, forse anche perché mia madre non mi ha mai accompagnato, trasformando un pomeriggio tra i negozi in un’esperienza entusiasmante. Metteteci anche che il rapporto con il mio corpo è stato difficile almeno fino ai 20 anni, che da adolescente ero bruttarella (con tutto quello che comporta) e capirete come si è formato il mix letale che mi fa scappare a gambe levate tutte le volte che incrocio una bella boutique:

“Ricordo di aver accompagnato un’amica in un negozio di abiti e di come diventasse d’improvviso consapevole della sua incredibile paura di mostrarsi, di come guardandosi nello specchio con qualcosa che normalmente non indossava, si fosse resa conto delle idee e del rifiuto che aveva del suo corpo. Fino a quel momento si era afferrata all’idea di non avere soldi da spendere, solo per mantenersi al sicuro dalla verità” ((M.B, ibidem)

La grande scoperta dello Swap Party

©Lara Perego

Swap Party forever and ever

In ogni caso il camerino è un luogo tutt’altro che ameno. A volte è sporco, stretto, cupo ed è impossibile sentirsi a proprio agio. Provare capi, rivestirsi e riprovarli è una  tortura ed è per questo che (forse anche per “mantenermi al sicuro della verità”, chissà) organizzo gli swap party, perché in due ore – da sei anni – rivoluziono il mio armadio a stress e costo zero.

Anche se avessi un milione di euro pondererei il budget per l’abbigliamento e continuerei a organizzare i miei swap party. Quello che di certo farei è ricorrere all’aiuto di un valido Personal Shopper che mi porti a casa quello che mi serve, quando mi serve, senza che io debba preoccuparmene.

Prima di salutarvi vi lascio questa pratica interessante che potrete sperimentare voi stessi. Provatela e fatemi sapere come va, io ci proverò sicuramente:

Provate a uscire vestiti in un modo diverso da come normalmente fate. Osservate molto presenti a voi stessi come vivete gli sguardi degli altri o l’assenza di sguardi, oppure semplicemente come vi sentite. Potrete con un po’ di fortuna di conoscere le idee nelle quali siete intrappolati e lasciarle libere di essere senza dar loro credito Provate a entrare in negozi che non frequentate e provarmi degli abiti che non indosseresti mai e guardarvi attenti e presenti nello specchio (M.B, ibidem)

© Lara Perego, Dublino 2009