La paura è abile nel camuffarsi. Quando sono furiosa e la rabbia mi sale da dentro come succede a Hulk, cosa mi vuole comunicare? Quale mio bisogno è rimasto insoddisfatto? Quale antico timore mi suscita la persona che mi ha fatto uscire dai gangheri? Cosa mi stavo aspettando da lei? È proprio vero che, come diceva qualcuno, se mi arrabbio con qualcuno mi sto arrabbiando con me stesso? Ho un po’ di ipotesi e di soluzioni da sottoporvi. Ditemi cosa ne pensate.

Come tutti, possiedo un’ombra fatta di insicurezza, cattiveria, gelosia, vigliaccheria, accidia e chi ne ha più ne metta e ho nascosto per parecchio tempo questi aspetti a me stessa perché non amavo l’idea di essere imperfetta, ma anche perché non volevo mostrarmi così agli occhi degli altri. Per nascondere “la polvere sotto il tappeto” me la sono presa, ma forse ogni tanto ho la tendenza a farlo anche oggi, con le negligenze vere o presunte di chi mi stava vicino invece di avere il coraggio di guardarmi allo specchio e di ammettere quello che molto intelligentemente aveva scritto Erich Neumann, filosofo e analista junghiano, in “Psicologia del profondo e nuova etica”:

“Nell’eretico combattiamo il nostro stesso dubbio religioso, nell’avversario politico l’insicurezza della nostra posizione politica, nel nemico della nazione la consapevolezza dell’unilateralità del nostro punto di vista nazionale”

Per cosa ci arrabbiamo veramente?

Voglio dire che la vigliaccheria che ho criticato nella mia amica era anche la mia, la pigrizia che non sopporto nel mio collega appartiene a anche a me, la supponenza che ho osservato nel mio capo era quella che io stessa non ammettevo di avere. Anche il filosofo Martin Buber ne “Il cammino dell’uomo” tratta questo argomento spinoso. Lo definisce “uno dei problemi più profondi e seri della nostra vita” e sta all’origine del conflitto tra le persone. L’insegnamento chassidico, la corrente mistica dell’ebraismo a cui appartiene, insegna infatti che le problematiche esteriori (anche i litigi, i conflitti, le incomprensioni) vanno ricondotte tutte a noi:

“Bisogna che l’uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi così rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato”.

Cosa vuol dire? Che i conflitti che abbiamo con qualcuno ci possono aiutare a diventare più consapevoli dei veri motivi che muovono i nostri comportamenti, non quelli degli altri su cui, è chiaro, non abbiamo potere:

  • Qual è il bisogno dietro la rabbia che proviamo?
  • Quale nostro bisogno è rimasto insoddisfatto?
  • Quale antica paura ci suscita quella persona?
  • Cosa ci stiamo aspettando dagli altri?

La risposta la conoscete solo voi.

Diamo un senso alle emozioni

È inutile fare le anime belle e reprimere la paura che i comportamenti degli altri ci suscitano. Alle emozioni va dato spazio, vanno riconosciute e soprattutto decodificate, lasciare che si manifestino è un conto, farsi travolgere forse un po’ meno. Molti pensano che far sfogare la rabbia verso chi ce l’ha suscitata ci faccia sentire meglio, io però sinceramente non so se sia vero. Oltretutto le persone non possono soddisfare tutte le nostre aspettative. E perché dovrebbero farlo? Inoltre, se ci pensate, il fatto che il nostro stato d’animo dipenda dalle azioni di un’altra persona non ci dà libertà e ci rende dipendenti da fattori che non possiamo controllare. Secondo la maestra spirituale Marina Borruso il bisogno che abbiamo di attaccare l’avversario, di difenderci e soprattutto di avere ragione è solo un’illusione prodotta da una parte di noi, l’ego, che si alimenta e cresce in questo modo. Cosa fare allora?

La soluzione è una

Fortunatamente i saggi di ogni tempo e di ogni cultura ci dicono che dove sta il problema si trova anche la soluzione. Una volta compresa la dinamica che ci fa etichettare le persone che ci infastidiscono con i loro comportamenti, abbiamo in mano anche la chiave per liberarci dal peso che questo conflitto porta con sé. La soluzione ce la offrono Thich Nhat Hanh, Eckart Tolle, Marina Borruso e tanti altri maestri nei quali ho avuto la fortuna di imbattermi nel corso di questi anni. La via d’uscita si chiama tornare a casa. Martin Buber scrive che l’unico punto di Archimede dal quale posso partire per sollevare il mondo è la trasformazione di noi stessi:

“Se invece poniamo due punti di appoggio, uno qui nella mia anima e l’altro là, nell’anima del mio simile in conflitto con me, quell’unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente”.

Di chi è la ragione?

Non so però se questa consapevolezza possa bastare. Per cambiare prospettiva ho dovuto anche iniziare a mettermi nei panni degli altri, a comprenderli davvero. Ho imparato infatti che spesso la ragione, in un litigio a due, ce l’hanno tutti e due e che la “verità” è spesso costituita dalle interpretazioni della realtà di entrambi. Esortare le persone a cercare la pace nel proprio luogo non significa predicare individualismo, vuol dire piuttosto diventare responsabili di se stessi e dei propri moti interiori, senza che ne facciano le spese gli altri.

JD Hancock via Visual Hunt