Su YouTube non trovate solo le registrazioni dei vostri concerti preferiti o dei tutorial per tutti i gusti. Sulla nota piattaforma dedicata ai video c’è anche Riccardo Dal Ferro che ci pubblica le sue lezioni. Trovo sia un bravissimo divulgatore e abbiamo in comune una cosa che me lo rende persino molto simpatico. Anche nel mio caso lo studio della filosofia e la postura esistenziale che ne è conseguita hanno contribuito a conferire significato alla mia vita, segno che, se ne sai comprendere il valore, non è vero che la filosofia sia inutile, anzi. Leggete l’intervista e cominciate a seguirlo. Capirete immediatamente perché questo personaggio talentuoso meriti la vostra attenzione.

“La filosofia non serve a niente”. Lo affermò Aristotele e lo ha ricordato tempo fa anche Carlo Sini evidenziando il carattere di nobiltà di questa attività umana che non è alle dipendenze di nessuno, ma lo ripetono spesso anche tante persone (come mio suocero) che la trovano perfettamente inutile, se non addirittura dannosa. Mi dici dieci cose per cui la devi ringraziare?
La filosofia mi ha dato tutto quello che mi permette oggi di essere una persona realizzata. Mi ha permesso di costruirmi un lavoro che amo immensamente, mi ha dato gli strumenti intellettuali e comportamentali per circondarmi di persone che adoro e con cui è un piacere collaborare, mi ha dato la serenità di costruire un rapporto di coppia maturo ed equilibrato. Tutto questo lo devo alla filosofia, chi dice che essa non serve a nulla è solo perché non ha idea di cosa significhi avere tutto questo. Quando qualcuno mi dice che la filosofia non serve a nulla, io rispondo che è lui a non servire alla filosofia. E di solito s’incazza.

Nel video YouTube 10 regole che ho adottato per vivere più sereno citi un lavoro che hai fatto in passato e che hai odiato tanto. Cosa hai imparato da quell’esperienza?
Ho imparato perlopiù cose tecniche: comunicazione, marketing, ricerca di mercato. Ma ho imparato una cosa su di me: se non faccio ciò che amo, ciò che faccio mi inghiotte. E questa è una lezione che terrò a mente per sempre.

Sei uno youtuber che, tra tante attività, propone corsi di public speaking. Perché secondo te oggi acquisire questa competenza è importante?
Non solo oggi: da sempre l’oratoria è il modo più efficace per trovare il proprio stile comunicativo, utilizzando le proprie capacità, caratteristiche e personalità al fine di far emergere l’individualità e l’unicità di ogni individuo. Oggi forse ancora di più per due aspetti: il primo è che le occasioni di parlare in pubblico, a scuola e durante il periodo della formazione, sono sempre minori e questo risulta nella totale incapacità comunicativa, nell’imitazione di modelli comportamentali e linguistici che non sono i miei, nell’automatismo relazionale che appiattisce ogni rapporto; il secondo è che il mondo si sta allargando, ogni persona ha un potenziale pubblico in ogni momento della sua giornata, e saper parlare, discutere e ispirare i propri ascoltatori è un’opportunità spettacolare che ci si presenta di fronte. D’altronde, non c’è cosa più bella del riuscire a ispirare qualcuno con il solo uso delle parole.

Per molte persone chi ha studiato filosofia come noi, può solo aspirare all’insegnamento. La prossima volta che mi capita di incontrarne una, mi suggerisci una risposta d’effetto che eviti il solito “spiegone” sulle competenze trasversali che possediamo e che ci rendono idonei – potenzialmente – a molteplici contesti lavorativi?
La cosa che rispondo sempre è che chi ha studiato filosofia può aspirare solo all’apprendimento, non all’insegnamento. La filosofia fornisce una forma mentis che permette di non esaurire mai la capacità di apprendimento, e in questo modo apre possibilità pressoché illimitate nel mondo lavorativo. Oggigiorno e sempre di più, professionisti e aziende richiedono questo tipo di elasticità esistenziale (che comprende quindi elasticità comunicativa, relazionale, comportamentale) da applicare in ambito lavorativo. L’esplosione del personal branding, il ritorno a una comunicazione che sia sempre più rivolta alla persona e non alla massa, tutto ciò rappresenta un ritorno straordinario delle discipline umanistiche nel mondo del lavoro. Chi non se ne accorge resta indietro.

Ho ascoltato su YouTube il tuo appello a distinguere i filosofi dai ciarlatani stile “life strategies”. È evidente tuttavia che molte persone maturino la necessità di essere accompagnate in una fase di cambiamento e scelgano di recarsi da chi le può aiutare a dipanare la loro intricata matassa. Le stesse scuole filosofiche, in origine, servivano a trovare un senso alla propria esistenza e a vivere in modo filosofico. Forse ti infastidiscono le risposte pronte di certi pacchetti in vendita oggi on line e lo comprendo, ma anche epicurei, scettici e stoici in qualche modo avevano delle convinzioni che per noi contemporanei possono apparire dogmatiche e assolutamente confutabili. Mi viene da dire che l’offerta fuori è ampia e che ognuno sceglie liberamente come ricercare il proprio benessere, in accordo con i propri principi e il proprio bagaglio culturale.
Ognuno è libero di seguire gli insegnamenti di chi vuole, questo è ovvio e ragionevole. La domanda che però ci si deve porre è la seguente: la persona che seguo sta cercando di rendermi indipendente o dipendente dai suoi insegnamenti? Ho sempre inteso la divulgazione e l’insegnamento come quella necessità temporanea per renderti indipendente da me, non per crearti la necessità di restare attaccato alle mie parole. Epicurei, scettici e stoici non vendevano “life stragegies” poiché ponevano l’accento sulla necessità, da parte dell’allievo, di crearsi il proprio percorso, in modo che le parole ascoltate e gli insegnamenti ricevuti lo rendessero indipendente dalla fonte di quelle parole e quegli insegnamenti. Il maestro è una necessità temporanea, non una presenza imperitura.

Nel video YouTube Terrorismo VS realtà sostieni che le persone tendano naturalmente a essere influenzate dalle opinioni piuttosto che dai fatti, che questa è l’epoca della storia più sicura in assoluto, ma che i mass media ci fanno credere di essere quotidianamente in costante pericolo di vita. Anche per quanto riguarda il fenomeno del femminicidio cadiamo vittime della stessa dinamica?
Lo studio che ho citato, il “Global Study on Homicide”, dimostra chiaramente che gli omicidi di cui il genere femminile è vittima sono in drastico calo in tutto il mondo. Ciò non significa che non sia utile porre l’attenzione dell’opinione pubblica sull’inaccettabilità della violenza sulle donne. Credo che il dibattito sul femminicidio sia però estremamente deviato su un termine quantitativo, quando dovrebbe essere indirizzato sull’aspetto qualitativo. Mi spiego meglio. Quando si parla di numeri, non c’è paragone: gli uomini muoiono di più, subiscono maggiori violenze, si suicidano molto di più, sono vittime di depressione in maniera più estesa ma sommersa rispetto alle donne. Il dibattito sul femminicidio non dovrebbe misurarsi con questi dati in una sorta di “gara” a chi muore più in fretta (il contatore del femminicidio nei TG è una delle cose più aberranti che abbia mai visto), ma dovrebbe porre l’attenzione sul fatto che il rapporto tra partner spesso risulta in una nevrosi che porta il membro più forte della coppia a rivalersi sul più debole, in molte forme. Sensibilizzare l’opinione pubblica su questo fatto è sacrosanto, ma in questo momento la qualità del dibattito sta creando una recrudescenza del problema, marcando ulteriormente gli aspetti di nevrosi prodotti dalla differenziazione sociale dei sessi.

Apprezzo molto il tuo lavoro di divulgatore filosofo, soprattutto mi piace costatare che siano moltissimi i ragazzi e le ragazze che ti seguono con interesse. Hai deciso preventivamente di rivolgerti a loro o è capitato? Sono loro i mecenati che ti sostengono? Anche il progetto Edutube nasce per quel target?
Più che ragazzi e ragazze, il mio target è costituito fin dall’inizio da persone che agli argomenti che tratto non si erano mai avvicinate. Nonostante questo, il mio canale è seguito da molti specialisti, tra cui filosofi di professione e professori universitari, e questo mi fa piacere. Il mio progetto è però pensato per chi, senza il mio canale, non avrebbe mai potuto avvicinare Spinoza e Hume, non avrebbe mai incontrato Kant e Foucault. Si tratta di creare un’occasione che produca un movimento, un interesse, una curiosità. Che tu abbia 13 o 65 anni. I mecenati che sostengono il mio progetto su Patreon sono un gruppo estremamente variopinto di persone: c’è il quattordicenne che chiede ai genitori di finanziarmi (e ho conosciuto i genitori che hanno deciso di farlo, i quali sono diventati anch’essi miei seguaci) e c’è il docente universitario che mi guarda per imparare un nuovo modo col quale rivolgersi alle sue platee. È una cosa bella.

Come me, sei un fan delle TED Conference. Me ne citi tre che secondo te sono imperdibili?
Adoro TED e lo seguo assiduamente. Le tre conferenze che per me sono davvero imperdibili sono le seguenti:

  • “The biology of our worst and best selves” di Robert Sapolsky perché, oltre ad essere un autore che amo moltissimo, in questa conferenza ha saputo raccontare una delle idee più difficili della storia della biologia, ovvero la “risonanza” tra ambiente e predisposizione genetica, portandola nella quotidianità in modo incredibilmente efficace;
  • “How electroschock therapy changed me” di Sherwin Nuland perché è raro trovare uno scienzato che racconta un fatto così privato della propria vita per la prima volta davanti a un vasto pubblico di sconosciuti. Ho trovato d’ispirazione il coraggio di quest’apertura, oltre alla competenza e l’intelligenza con cui è stato trattato un argomento così delicato;
  •  “The illusion of consciousness” di Daniel Dennett, in primo luogo perché io amo Dennett (forse perché mi ricorda tanto Darwin, sia per gli argomenti trattati che per l’aspetto), in secondo luogo perché la filosofia della mente è una delle tematiche che mi stanno più a cuore e questa conferenza è uno spettacolo incredibile.