Come mai con l’aumento del benessere materiale e dei mezzi digital non viviamo meglio, non ci sentiamo meglio? Non ci avevano insegnato che il progresso dell’umanità sarebbe andato verso un continuo miglioramento e che potevamo esser pieni di speranza?

© Laura Ferrari

Verso un’umanità aumentata

Le magnifiche sorti e progressive si sono rivelate una gran balla e ce l’aveva già detto quasi duecento anni fa (duecento!), in pieno positivismo, il nostro giovane, mostruosamente lucido Giacomo, quello di Recanati (il Leopardi).

La vertigine delle possibilità di infinito sviluppo dell’Occidente ricco e benestante ha creato anche i miti goduriosi italiani negli anni Ottanta e Novanta che ora stanno dimostrando la loro inconsistenza illusoria. Alcune generazioni sono cadute nella disillusione (non ce l’avevano mica raccontata così, la vita) e mentre ripensiamo a economie della decrescita e a stili di vita non più “splendidi”, ma piuttosto umili, su nostra giusta misura e sostenibili, i disturbi della paura, del “panico”, del distacco dal reale non sono mai stati così diffusi.

È tutta colpa del digital e del virtuale?

O piuttosto: se ci fossimo dimenticati che noi Homo siamo sempre e comunque Natura, che siamo sempre corpo e che la tecnica non ci può vicariare, ma resta piuttosto una nostra appendice operativa anche quando andiamo verso una “Umanità Aumentata”?

L’animale che dunque… io sono?

L’idea di essere un animale… mi offende?

“L’animale che dunque sono” del filosofo J. Derrida, pubblicato nel 2006, indaga proprio, criticamente, la dimensione di senso dentro cui l’essere umano ha ritenuto nei millenni di essere qualcosa di completamente diverso dagli animali, arrogandosi di conseguenza il diritto di considerarli oggetti utilizzabili e mai soggetti. La questione della nostra distanza dalla natura-animale ci sollecita a farci domande come: che cosa significa essere un essere umano? Cosa ci distingue dall’animale? Essere natura, esser animali vuole dire essere meno umani? Ma allora, cosa ci rende propriamente uomini?

Ho trovato davvero stimolante e chiaro su questo tema l’articolo di M. T. Speranza su Derrida e l’animalità.

Il nostro rapporto con la natura

Abbiamo tutti un rapporto con la natura e con la nostra animalità più o meno rifiutata, in base alla società cui apparteniamo ed alla nostra personale storia autobiografica.

Dentro questo rapporto o alla sua interruzione ci sono le chiavi di accesso ai molti, attualissimi e diffusi fenomeni di dolore e sofferenza connessi all’ansia e al panico, alla separazione della percezione del corpo vivo e presente, dove il corpo stesso allora si ribella e spesso non capiamo il perché, ci sentiamo oggetti di una aggressione che viene dall’interno e il senso del reale si disgrega.

Ascoltiamo Pan

Molteplici sono le vie, le tecniche possibili, ma al centro c’è la misura di tutte le cose, il nostro corpo vivente. Dal piede piantato a terra fino al vertice, in tutte le direzioni possiamo diventare sensori di quella sensibilità che può guidare oggi i nostri passi […]”.

In un’epoca in cui ci hanno detto e tuttora ci insegnano a essere grandi ed eroici, desiderare tutto, potere tutto, fare tutto, essere tutto (con tutta l’ansia e le frustrazioni/delusioni che ne conseguono), piccoli esercizi di auto-osservazione e di del ridefinizione del nostro limite come questi, da fare già oggi, potrebbero essere la misura (piccola e concreta) di un nuovo modo di crescere e prendersi cura di sé e con questo fare anche qualcosa per i malesseri sociali, collettivi, partendo da noi. Nel non fare la guerra a Pan ma nell’ascoltarlo, piccoli e spaventati, nell’erba.

Con Pan fuori dalle mura (o dal confine delle tangenziali)

Una bambina abbraccia una capretta nera

©Photo by Vadim Fomenok (Unsplash)

Il vertice della paura, la parola “panico”, ha dentro Pan, che è una figura mitica semidivina che rappresenta il confine tra la civiltà e la natura: brutto, caprino, non del tutto umano, non del tutto cosciente di quello che fa e pieno di impulsi sessuali che gestisce a fatica, Pan abita fuori dalle città, nelle campagne e nei boschi, ma forse anche nel cespuglio del parchetto urbano sotto casa, ed è il soggetto-oggetto dell’utilissimo libretto dello junghiano James Hillman “Saggio su Pan”, del 1972 e pubblicato da Adelphi.

Le immagini e i simboli ci sono utili per ricollegare quello che viviamo noi nella nostra vita personale a quello che sta succedendo come movimento più ampio dell’umanità e della storia (da cui veniamo e di cui facciamo parte, perché nessuno è un atomo isolato, nemmeno se lo vuole). Pan mi è sembrato arrivare in un momento in cui mi stavo chiedendo quanto Homo Sapiens si fosse allontanato dalla natura e quanto questo potesse essere uno degli elementi del malessere che vedevo in giro, di cui leggevo, che sentivo dentro di me, che mi raccontavano i miei amici, che vedevo rappresentato su schermi di varie dimensioni.

Homo Sapiens è sempre anche Pan

In tutto questo continuavo a tornare a pensare che Homo Sapiens è sempre anche Pan ed è sempre anche Natura anche solo per il fatto che abbiamo tutti un corpo con una sua intelligenza cellulare e che è molto, molto più vecchio del linguaggio e della mente. Chi è cultore di Bateson mi perdonerà per la semplicità terra-terra del ragionamento e l’utilizzo di termini come natura, cultura, mente e linguaggio.

L’intelligenza cellulare (chi ha letto “Lila” di R. Pirsig?) non è definibile e non è nemmeno del tutto identica all’”istinto”. Per esempio, viene chiamata dalla filosofa milanese Maia Cornacchia “Sapere Organico”: per farne esperienza diretta esistono molte pratiche fisiche, filosofiche, corporee spesso dagli esiti sorprendenti, se vi si entra sospendendo giudizi e teorie.

Già umani digital… ma per milioni di anni nella natura

La nostra mano se la guardiamo ha una struttura e una funzionalità che arrivano da molto lontano: di certo non l’abbiamo costruita noi né progettata eppure pensiamo che sia nostra. Il mio corpo sono “io”, no?

Se partiamo dai progenitori genetici vicini a noi ma non del tutto umani (Australopitecus), tipo la celebre Lucy, siamo sul pianeta con quel tipo di mano da 3,2 milioni di anni. Ma se pensiamo proprio ai primi Homo che hanno guardato la stessa luna che guardiamo noi con occhi molto simili ai nostri, stando in piedi, appoggiati al nostro stesso suolo, con pensieri-software forse non proprio come i nostri ma con un cervello-hardware molto simile al nostro, siamo a 2,8 milioni di anni fa (Homo Abilis, ma stanno venendo fuori altri indizi che retrocedono le datazioni).

Una lunga evoluzione

Passando per Homo Erectus (1,8 milioni di anni), Heidelbergensis (600mila anni fa) e il più famoso Neanderthal (prime tracce da 230mila anni fa) ecco Homo Sapiens fatto in maniera molto simile a come siamo noi ora, da 195mila anni fa arrivare in Europa. Lì parte un lunghissimo periodo di tempo in piena natura, spesso con l’incontro tra Homo diversi (chissà come erano questi incontri), relazioni misteriose, costruendo oggetti e ripari (come anche gli altri Homo), sviluppando capacità di linguaggio e di pensiero astratto e simbolico (come anche gli altri Homo che per esempio facevano musica, fabbricando flauti dai femori). Dobbiamo arrivare fino a 10mila anni fa (l’altro ieri) per cominciare a diventare stanziali, coltivare e allevare, domesticare la natura e costruire recinti urbani, paesi, città, tutti umani, dentro cui articolare sempre più civiltà differenziandosi dalla natura là fuori. O no? A 5000 anni fa (ieri) risale il primo testo scritto conosciuto: negli ultimi 2000 anni lo sviluppo tecnologico.

Cosa è successo quando abbiamo chiuso fuori Pan dalle mura?

Il tempo della nostra permanenza sul pianeta in confronto allo sviluppo di tecnica e civiltà è enormemente più ampio e ne sappiamo pochissimo. Quasi nulla.

Come si pensava immersi nel naturale, senza sentirsene separati? Immersi nell’animismo? Essere un tutt’uno con la natura? Cosa si sognava? Sognavamo come sognano gli animali? Com’era il rapporto con il nostro corpo? Civiltà e tecnica privilegiano l’uso di pensiero, testa, occhi – a fronte dell’immobilità sempre maggiore di un corpo che si “sente” sempre di meno, insieme a un parziale estraniamento dai sensi corporei considerati meno ‘evoluti’ come epidermide-tatto, gusto, olfatto: roba più da mammiferi.

In metropolitana stretti come sardine

Fino ad arrivare a un convoglio della metropolitana pieno di Homo Sapiens che stanno immobili, respirano alto tutto in torace-gola e il cui cervello funziona a mille, leggono, pensano, fissano toccandolo con i polpastrelli un piccolo manufatto digital e non sentono di esser reali più di quanto non sentano di essere vicini fisicamente ad altri simili, respiranti. Però tutti interconnessi nel pensiero e nel linguaggio nella rete globale, o così si dice.

Quanto meno mi sento fisicamente, tanto più il mondo mi pare irreale: fatto di materia, come me, ma privo di realtà e irraggiungibile. Forse il contrario della fusione animica, panica, di Sapiens prima dell’agricoltura.

Sono chiuso dentro la mia mente con i miei pensieri e con la realtà la fuori, con cui non ho contatto, mi sembra svanire anche il senso. Mi viene l’ansia e il panico. La prima cosa che sento è un peso sul petto, non riesco a respirare, il cuore si fa vivo e mi sbatte nella cassa toracica come stesse per esplodere: mi sembra di vederci male, sgranato, non sento le mani e piedi, forse sto per perdere coscienza. Cosa vuole il mio corpo da me, perché mi fa questo?

Pan irrompe quando meno te lo aspetti

Pan si fa vivo in modi brutali (è uno che stupra le ninfe, per intenderci): i suoi mezzi non sono le parole ma le sensazioni corporee, non tanto descrivibili, come quella di “essere afferrati”. Hillman scrive: “La seduzione (violenta) ha luogo. La coscienza lunare può venir travolta da un Pan; può essere presa da convulsioni e cadere nel panico, svenire e subire un collasso”.

Pan è una parte dell’istinto. È un simbolo (junghianamente) disumano, non bello, non mentale, eppure profondamente radicato nella nostra materia cellulare, forse violento, incapace di ragionamento. Cosa ci vuole dire?

Scrive Hillman:

La riflessione è […] nella paura, una consapevolezza che è legata alla natura. Pan è riflesso completamente nel corpo ed è [….] una saggezza che si muove circospetta nella saggezza della paura, attraverso i luoghi deserti dei nostri paesaggi interiori, dove non sappiamo che direzione prendere, senza un sentiero, il nostro giudizio fondato soltanto sui sensi, senza mai perdere il contatto con il gregge dei riottosi complessi, delle piccole paure e delle piccole eccitazioni. La coscienza corporea è della testa, ma fuori della testa […] è una riflessione, ma né dopo e neppure durante l’evento; è piuttosto la maniera in cui un atto viene compiuto. Quello che dice il corpo” (“Saggio su Pan”, pp. 110-111).

Cellule, istinto, senso?

Romano Madera, fondatore dell’Analisi Biografica a orientamento filosofico, che in modo interdisciplinare vuole curare e fare ricerca sul dato umano singolare riconnettendolo al sovraindividuale naturale, storico, sociale, indica nella perdita dell’istinto come driver per l’esistenza (forse come è per gli altri animali) il punto di partenza della ricerca del senso come questione di vita o di morte.

Senza l’esclusiva priorità dell’istinto, come posso orientarmi nella mia vita? Desiderio, necessità? Che fortunati gli animali, che non devono scegliere… Cosa scelgo, da che parte andare?

Cosa è importante, visto che il tempo è poco e io (in modo innaturale) ne sono consapevole…? Hillman ci dice:

“Una delle principali linee di pensiero sostiene che il comportamento istintuale è caratterizzato in misura preminente dalla coazione, da quella che è stata chiamata la reazione del tutto-nulla […]; la vita animale come comportamento si muove automaticamente tra i due poli dell’avvicinamento e della ritirata. Nel corso dei secoli è stata continuamente avanzata l’idea di una fondamentale polarità del ritmo organico”.
(Come sto dentro a questo ritmo della natura che è dentro il mio corpo? Lo sento, mi da’ fastidio, mi piace, mi offende? Cuore in diastole-sistole, respiro, atto sessuale? Mi offende percepire di essere l’animale che dunque sono, come scrive Derrida?).

La natura dentro di noi

“Le due opposte posizioni verso l’istinto (secondo cui esso è intelligente o non lo è) sono state combinate nella teoria di C. G. Jung. Egli descrive due estremi del comportamento istintuale: un modello di comportamento coatto e arcaico; le immagini archetipiche. Siccome l’istinto agisce e nello stesso tempo forma una immagine della sua azione, le immagini fanno scattare le azioni; le azioni sono modellate dalle immagini […]. Poiché le immagini appartengono allo stesso continuum dell’istinto (e non sono sublimazioni di quest’ultimo), le immagini archetipiche sono parti della natura e non semplicemente fantasie soggettive della mente. […] La figura di Pan rappresenta la coazione istintuale e nel contempo offre il mezzo mediante il quale la coazione può essere modificata attraverso l’immaginazione. Agendo sull’immaginazione, partecipiamo alla ‘natura dentro di noi” (sempre Hillman, pp. 62 e 63).

Questo è molto interessante, come spunto, ed è molto junghiano.

Come ce la raccontiamo?

Qual è il mito in cui vivo? Quale narrazione mi sto raccontando per procedere, ma anzi: proprio per alzarmi dal letto al mattino? Quali immagini-simboli potrebbero rappresentare quel che mi succede? Quali sono le coordinate del mio orientamento esistenziale?

Che fatica… eppure, ne va della mia vita. Come con la Milner, potremmo aumentare la nostra autoconsapevolezza con la scrittura (molto mentale) e tenere un diario (anche in formato digital), anche non di parole ma di immagini e simboli; oppure… intraprendere un percorso di cura e di crescita; prestare di nuovo attenzione al corpo: ai segnali, alle stranezze, ai desideri, a dove sentiamo la paura e l’ansia. A dove si ferma il respiro.

L’attenzione al corpo

Non tutti trovano facile scrivere e allora va anche ricordato che, per esempio, R. Madera indica come una pratica filosofica cruciale quella degli esercizi di attenzione al corpo come metro del limite anche per diminuire quello che potrebbe essere un risvegliarsi violento di Pan nel nostro corpo, nell’epoca delle passioni tristi.

L’attenzione al corpo si potrebbe anche articolare nelle diverse pratiche di “attenzione percettiva”, pratiche corporee, educative, filosofiche: ogni pratica ci ricorda che l’esercizio su di sé riveste un ruolo collettivo, come spiega Madera nell’intervista fatta da Paolo Bartolini pubblicata in “Psiche e città” (IPOC 2014 – scaricabile gratuitamente).

“[…] Si stanno diffondendo migliaia di microesperimenti in questa direzione, semplicemente perché in modo più o meno confuso l’assenza di limite è vissuta come radicalmente insoddisfacente, radicalmente angosciante. […] Che c’entra allora il limite del corpo e il corpo come centro?

[…] Il corpo vivente rimane il baluardo che ci ricorda il limite stesso della nostra immaginazione, il fondo insuperabile della nostra costituzione nella natura, per quanto forzate possano essere le sue possibilità. L’attenzione percettiva al tempo e allo spazio, le pratiche meditative immobili o dinamiche, l’esercizio del tempo presente e della morte, la sintonizzazione con le età della vita…