Nel 2016 è uscito “Rais”, il suo ultimo romanzo. Scrivere è ciò a cui si dedica oggi questo ex dirigente che nove anni fa si è licenziato per vivere a modo suo. L’altra sua grande passione è il mare. L’ho intervistato perché ero curiosa, volevo sapere di più sulla sua storia e capire cosa lo avesse spinto a mettere in discussione il sistema nel quale ha vissuto per anni. A un certo punto l’ufficio ha cominciato a stargli stretto. Ha detto “Basta” e si è inventato una nuova vita. Perché tutto ciò è così affascinante? Perché c’è di mezzo la libertà.

La tua vita non è cambiata da un giorno all’altro, ma hai ponderato bene tutti gli aspetti in gioco prima di fare il grande salto. Ci sono stati dei libri, dei pensatori che hanno influenzato la tua decisione?

“Così parlò Zarathustra” di Nietzsche su tutti. Lì ho assunto come fondante il concetto di evoluzione, di sogno che determina il viaggio e che, al termine, ti fa guardare a ciò che eri come a un qualcuno da cui hai preso le distanze. Poi naturalmente Italo Calvino, che in molti luoghi delle sue pagine ha saputo ispirare il sogno della scrittura. Molti pensatori come Seneca e Thoreau mi hanno offerto spunti specifici sul cambiamento e lo stile del pensiero e della vita. Altri come Latouche mi hanno fatto riflettere sul mondo che possiamo costruire, ma devo essere sincero: a parte Nietzsche, Calvino e Seneca, tutti gli altri, e molti che non cito, li ho letti dopo aver cambiato vita. Ho un vizio che forse hanno tutti gli scrittori, le cose voglio scriverle pensandole io, voglio farle sbagliando di persona. Fare qualcosa seguendo le indicazioni di chi l’ha già affrontata non mi è mai piaciuto. Si è visto quando ho dovuto rifare il tetto della mia casa. Un disastro, ma poi ho capito il problema e oggi saprei farlo subito a regola d’arte.

Mi hai colpito quando hai dichiarato a Cominciamo Bene “il sistema non lo cambi più dall’interno, bisogna uscirne”. Mi spieghi meglio cosa intendevi?

Che le decisioni fondamentali contro cui dovremmo opporci lavorando alla loro modifica da dentro, volano ormai ad altezze siderali, per interessi ciclopici. Impossibile interagire. Un tempo l’operaio si univa con altri e sviluppava una dialettica col padrone. Il decisore ultimo, il politico, era poco lontano. In generale era uno scontro-incontro plausibile, anche se lungo e faticoso. Oggi a tutto questo occorre aggiungere le macroregolamentazioni europee, l’ordine mondiale, le grandi lobby dell’energia, della tecnologia, il big-data, il machine-learning e chissà quante altre dinamiche del tutto indipendenti. Insomma, come vivremo domani sarà stabilito da forze incontrastabili al 90%. Da dentro non possiamo più influire. L’unico modo è sottrarre la nostra spalla all’architrave del sistema, il più possibile, uscendo dal meccanismo del consumo, costruendo una propria inflazione, autoproducendo, aggiustando, condividendo in modo diverso, muovendoci controcorrente rispetto ai flussi standard, inventando soluzioni di sussistenza e resilienza, e soprattutto testimoniando. In un’epoca omologata e schiava, chiunque abbia un’idea per liberarsi dal giogo deve prima studiarla bene, poi farla, e alla fine testimoniarla.

Spesso, nelle interviste che rilasci, racconti quanto sia stato importante lavorare su di te, ascoltarti e porre attenzione al tuo benessere interiore. Hai seguito qualche percorso particolare mentre meditavi di cambiar vita?

No. Sia per le ragioni che indico qui sopra, sia perché all’epoca non c’era alcuno strumento sul tema. Gli altri disponibili erano molto generici, ma ho sempre avuto il vizio dell’introspezione e da molto tempo sono consapevole che ogni cosa che capita alla mia vita dipende da me. Una constatazione profonda come questa consente di non sprecare energie maledicendo il prossimo, che è gesto tipico delle persone fortemente arretrate psicologicamente, ma di lavorare su ciò che non va di sé. Ciò che ha determinato il nostro ultimo fallimento è sempre la mappa di ciò che dobbiamo fare, lavorando duro, per evitare quello successivo.

Tiziano Terzani, nell’ultima fase della sua vita, disse di non credere più nelle rivoluzioni fatte dei popoli, ma solo in quelle interiori messe a punto dai singoli individui. Tu in cosa credi? Ti ci ritrovi?

Totalmente. Aggiungo che, per ovvie ragioni matematiche (dall’insiemistica all’algebra), ognuno che non cambia sottrae speranza al mondo che vorremmo, mentre ognuno che cambia realizza un frammento di quel cambiamento. L’unica rivoluzione possibile è quella che avverrà quando ognuno avrà fatto la propria, interiore, profonda. Un’utopia? Forse, ma non superiore a quella di chi (ancora) spera in una rivoluzione cruenta giusta che abbatta il male e instauri la giustizia.

Nel 2012 hai scritto e condotto su RAI 5 la trasmissione Un’altra vita in cui ragionavi con gli intervistati su molti aspetti che riguardano la decisione di rivoluzionare la propria vita. Hai coinvolto anche Stefania Rossini. C’è un aspetto della tua scelta personale che ti è pesato più di altri o comunque sul quale hai dovuto lavorare di più?

Certo. E c’è tuttora. Trovare l’equilibrio tra un sé saldo, consapevole, allenato, sincero su se stesso, lucido e attivo e un abbattimento dell’ego, causa di tutti i nostri mali. In due romanzi che ho scritto: “Stojan Decu, l’Altro Uomo” e “Un uomo temporaneo”, ci sono due tipologie umane simili a quello che sto descrivendo. Io lavoro da sempre e per molto dovrò continuare, ma ultimamente con maggiore convinzione, sulla limitazione dell’ego, sull’imparare a sottrarsi alle cose, alle responsabilità, alla centralità dell’idea e alla sua ebbra potenza. Non è facile già di per sé e ancor meno se quell’ego non va abbattuto, ma per meglio dire rieducato.

 In un’epoca omologata e schiava, chiunque abbia un’idea per liberarsi dal giogo deve prima studiarla bene, poi farla, e alla fine testimoniarla.

Ti ho sentito affermare “mi mancano le parole per descrivere quanto sia inebriante perdere tempo”. È questa la ricchezza che cercavi?

Anche. Molto. Una delle più grandi conquiste per la rotella dell’ingranaggio, finalmente, è non girare più. O almeno, girare quando vuole, non quando deve.

Hai definito il successo del tuo libro Adesso Basta un’onda anomala. Cosa pensi che cercassero tra le pagine che hai scritto le 100.000 persone che lo hanno acquistato?

A dire il vero la readership è 2,3, dunque i lettori sono molti di più. Questa gente è una nicchia piccolissima della nostra società che tuttavia ha compreso che la nave affonda e quindi si domanda, cerca, studia, pensa. Non mi interessa che qualcuno abbia amato o odiato questo libro. È certamente servito a loro perché è cibo per chi ha quel tipo di fame. Così sono i buoni libri, sempre. E se “Adesso Basta” lo ha fatto, vuol dire che è buono.

Quando hai iniziato a scolpire? Prima o dopo aver cambiato vita? (le tue opere mi piacciono molto, soprattutto i pesci)

Scolpivo il legno d’ulivo già ai tempi dell’università. Ogni giorno in cui non creo qualcosa con le mani è un cattivo giorno, anche se ho scritto un buon capitolo. Ogni giorno in cui non lavoro con le mani un oggetto frutto della mia creatività, in cui non uso le mani per plasmare, aggiustare, profilare, sagomare qualcosa di vivo, è un giorno in cui ho mancato a una quota fondante del mio essere uomo: la manualità.

Sei un esploratore, hai viaggiato tanto. C’è un posto del pianeta dove ti trovi più in armonia con lo stile di vita delle persone?

Il Mediterraneo. Qui sono a casa. Lo sto girando in lungo e in largo con Progetto Mediterranea proprio per viverlo, conoscerlo e succhiarne il midollo. Ecco un caso di rammarico: dovevo salpare prima. Adesso non sarei costretto a saltare dei Paesi in guerra. Grazie al cielo li ho già visitati tutti in passato (a parte l’Algeria).

Ho letto che per mantenere uno stile di vita sobrio ti diletti anche con l’autoproduzione. Cosa prepari di bello e buono?

Fino a qualche tempo fa avevo un grazioso e produttivo orticello. Ora, per scelte temporanee, non ce l’ho più. Per il resto mi sono costruito una casa, inclusa una gran parte dei mobili e aggiusto ogni cosa. Poi risparmio, che considero una forma di produzione. Risparmiare energia, per esempio, dovrebbe essere un dovere. Come l’acqua. E ovviamente, il tempo.