Molti la definiscono un’imprenditrice di successo, altri una mamma blogger. Stefania chiaramente è molto altro, per esempio è un’autrice con all’attivo ben sette libri pubblicati. Il segreto del suo successo è aver promosso l’homemade più genuino on line, condividendo su un blog molto seguito le sue ricette per una vita sostenibile.

Sei una consumatrice iper-consapevole. Auto-produci in casa quasi tutto quello che ti serve. Non c’è davvero più nulla che devi comprare al supermercato?
No, purtroppo sono andata al supermercato anche questa mattina. Finché non nascerà una rete alternativa locale sostenibile come i gas, che sono sani e concreti, la frutta la devo ancora acquistare. Devo prendere anche le merende confezionate perché, non ci crederai, ma i clienti del mio Bed&Breakfast me le chiedono. Addirittura ci sono state persone che sono scappate perché nelle stanze ci sono libri e wi-fi gratuito, ma non c’è la televisione. Siccome il B&B è un’attività imprenditoriale dove ho investito tanti soldi, sono dovuta scendere ad alcuni compromessi. Anche nel caso del supermercato credo che anche in futuro dovrò continuare ad andarci, magari per delle emergenze, magari solo perché mi manca un limone. La frutta la devo acquistare per forza, coltivare la frutta qui non è semplice, siamo nel profondo nord e non è un posto per aranci, per mandarini, per banani. Io ho tantissime piante da frutto, ma sono giovani e sono stagionali, il ciliegio per esempio fa le ciliegie tutte insieme, nella stessa settimana. Noi siamo cinque in casa, cinque persone che mangiano vegetale, quindi tanto in quantità e volume. Alla fine va bene così, in fondo vivo in una società moderna e ho trovato un equilibrio che contempla anche il supermercato.

Ti definisci “una spacciatrice di lievito madre”. Come lo produci e dove lo regali?
Sono stata spacciatrice per anni, due settimane fa ho fatto un corso sul lievito madre a Pianeta Filo filo, l’associazione di cui faccio parte. Lì ho insegnato ai partecipanti come si produce e gliel’ho regalato. Lo faccio molto semplicemente con acqua, farina e a volte un po’ di zucchero. Si deve rinfrescare una volta alla settimana, oggi non lo regalo più come in passato. Mi occupava troppo tempo, lo spiegavo a persone che non erano davvero interessate e che poi, sono sicura, quel lievito lo avranno buttato. Allora mi sono stufata, se qualcuno lo vuole lo regalo volentieri, ma oggi faccio prevalentemente corsi.

Fare i saponi mi fa sentire meno schiava del sistema. Ogni tanto li compro, qualche volta compro anche il pane, però è una scelta. Sono libera di scegliere, altrimenti sarei schiava. C’è una grande differenza.

È vero che moltissimi saponi della grande distribuzione contengono schifezze, ma ce ne sono anche di naturali nei circuiti alternativi. Perché allora hai deciso di realizzarli handmade?
Per fortuna oggi si trovano in giro molti prodotti sani e certificati, ma auto-produrli ha tutto un altro significato. Prima di tutto mi rende libera, perché acquistare significa dipendere da altri. Posso spostare il mio denaro su circuiti alternativi, ma non ho risolto il problema alla radice. Il sapone è una delle prime cose che ho iniziato a fare dato che mia figlia, intorno ai sei mesi di età, ha cominciato ad avere una fortissima dermatite atopica. L’ho portata dai migliori specialisti e mi ricordo che, in un mese, avevo dilapidato lo stipendio di mio marito tra visite private e creme che come primo ingrediente avevano il petrolio. Alla fine, per fortuna, una signora del circuito Zero Relativo mi regalò un unguento di olio, calendula e cera d’api. In una settimana mia figlia aveva ricominciato a stare bene. Ho cominciato a farmi mille domande, intanto questa persona mi ha insegnato a produrre la crema. Lavavo mia figlia con saponi biologici certificati e poi ho cominciato a farli a casa con grande accortezza. Io non sono laureata, ho solo iniziato a sperimentare. Fare i saponi mi fa sentire meno schiava del sistema. Ogni tanto li compro, qualche volta compro anche il pane, però è una scelta. Sono libera di scegliere, altrimenti sarei schiava. C’è una grande differenza.

Quando fai una vita come la mia non hai bisogno di oggetti, anzi te ne vuoi liberare. Vuoi liberare sia gli spazi esterni che quelli interiori.

Su Facebook e sul tuo blog utilizzi spesso la formula del baratto. Perché ti sei avvicinata a questa forma di scambio? Cosa baratti?
Anche in questo caso, con il tempo, ho fatto tre passi indietro. Oggi utilizzo la formula del baratto in rarissimi casi perché mi sono accorta che molte persone utilizzano il baratto in un modo che non mi piace. Mi volevano dare cose che non mi servivano in cambio delle mie autoproduzioni. Volevano le mie conserve in cambio di vestiti, ma a me non serve avere abiti, quindi oggi faccio una super selezione prima di scambiare i miei prodotti. L’ultimo baratto che ho fatto è stato con un’amica che mi ha fatto il book fotografico per il B&B. Io ho ricambiato accogliendo alcuni suoi amici da me, quindi abbiamo barattato servizi, non cose. In realtà quando fai una vita come la mia non hai bisogno di oggetti, anzi te ne vuoi liberare. Vuoi liberare sia gli spazi esterni che quelli interiori.

Il lavoro più grosso infatti non è quello che vedono gli altri, ma quello che ho fatto dentro di me.

Ti ho sentito affermare diverse volte di essere felice della vita che conduci. Tu fai una vita che ti rappresenta. Non è da tutti. Quali sono i passi che ti hanno portata qui? 
I passi sono stati tanti e anche se oggi lo affermo con il sorriso, devo ammettere che non è stato facile. Anzi, ogni giorno trovo l’equilibrio giusto perché non è semplice neanche adesso. Prima di tutto ho lavorato su di me per capire cosa volessi; il lavoro più grosso infatti non è quello che vedono gli altri, ma quello che ho fatto dentro di me. Sono stata molto determinata e ho lavorato come un monaco, ho scritto i miei progetti un’ora al giorno e alla fine li ho realizzati. Ognuno ha il suo percorso, il primo passo per me è stato la perdita del lavoro. Ho dovuto alzare la testa, usando il mio tempo libero in modo molto costruttivo. Ho capito che la responsabilità della mia vita dipendeva da me. Aprire un blog è stato piuttosto veloce, sono passati circa sei-sette mesi dall’inizio della disoccupazione. A quel tempo io producevo già homemade e molto persone che conoscevo in rete mi chiedevano le ricette. Così ho pensato che invece di scriverle su un quaderno avrei potuto appuntare le mie pratiche on line perché potessero essere condivise da tutti.

Sei un esempio di resilienza e forza d’animo. Come racconti anche in un tuo libro, hai saputo fare di necessità virtù. Segui una filosofia di vita particolare? Hai degli autori di riferimento?
Io sono principalmente un’autodidatta, ho seguito tantissimi seminari in rete, per esempio tante TED Conference o gli incontri della psichiatra e psicoterapeuta Erica Poli che spiega cose difficilissime in modo semplice e alla portata di tutti. Con lei ho approfondito quello che non si vede, perché la mia vita è molto pratica e allora ho voluto sviluppare l’altra parte, quella meno visibile, ma altrettanto importante.

Con il tuo stile di vita “resisti” a un certo tipo di sistema. Cosa non ti piace della nostra società?
La falsità e la poca concretezza delle persone. Molte persone sono brave solo a parlare, ma non si prendono la responsabilità della loro vita. Delegano ad altri la loro felicità. Fortunatamente negli ultimi anni mi circondo di persone che sono l’opposto e allora è tutta una meraviglia.

Dalla pratica nascono delle domande gigantesche, per esempio preparare il pane mi fa capire che dietro questo alimento primario ci sia un mondo.

In una delle tue tante interviste sull’autoproduzione, hai affermato che “fare da sé è terapeutico”. Che cosa intendevi?
L’autoproduzione mi fa stare bene psicologicamente e fisicamente. Eseguire una ricetta con le mie mani, con la mia energia, con la mia testa mi consente di capire che so fare qualcosa e questo qualcosa lavora sulla mia autostima. Dalla pratica nascono delle domande gigantesche, per esempio preparare il pane mi fa capire che dietro questo alimento primario ci sia un mondo. Per esempio devi scegliere la farina giusta, devi sapere dove acquistarla, conoscere il suo impatto ambientale, l’effetto sulla salute o quali sono i probiotici migliori da usare se sei vegano. Per ogni singola cosa che fai, c’è un universo da scoprire. Inoltre, auto-prodursi le cose dà un piacere speciale. Ognuno ha il suo modo per farlo.

Quanto hai imparato dalla condivisione delle pratiche?
Tantissimo. Le persone che mi seguono sono molto interattive. Devo ringraziarle. L’unione fa la forza. Adoro quando mi scrivono per segnalarmi eventi, libri e video che credono possano interessarmi. È un modo di condividere, sto imparando tantissimo da loro, ogni persona è un essere meraviglioso, non mi metto mai sul piedistallo, non sono io che insegno, direi piuttosto che condividiamo delle esperienze.

Oggi la tua giornata è scandita da tanti impegni, tra cui la gestione del B&B che hai aperto recentemente e a cui tieni moltissimo. Hai qualche altro sogno nel cassetto che vorresti realizzare in futuro?
Sì, ne ho molti però adesso li tengo per me. Preferisco parlare dei miei sogni quando sono realizzati. Per esempio ho ampliato recentemente la mia struttura ricettiva, da una stanza a tre, ma è stato tutto un segreto fino all’inaugurazione.