Se c’è un oggetto che evito come la peste, questo è la bilancia. L’ansia per il mantenimento della linea tenetevela voi. Già ho l’ansia del controllo, mi manca solo quella del peso. Da questo punto di vista ho già dato abbondantemente in passato e sono a posto così anche se, per la verità, può bastare un nonnulla, per esempio un’affettuosissima parente che prova soddisfazione nel dirti, dopo aver passato una giornata tutto sommato piacevole insieme e pur vedendoti un unico giorno all’anno, che sei ingrassata e che devi dimagrire, per piombare nello sconforto (da cui però sono uscita un paio di giorni dopo più viva che mai).

Non è vero che vivo immune dall’ansia del mantenimento della forma fisica, non mi peso mai, neanche sotto tortura, ma questo non significa che sia priva dall’angoscia del sentirmi giudicata per il mio peso, solo che cerco di prenderla con filosofia e bla bla bla (ci ho lavorato tanto), almeno fino a quando una zia amabile quanto Cersei Lannister non scatena l’inferno interiore con un commento acido e davvero risparmiabilissimo.

Devi dimagrire!

Anche mia madre ha sempre avuto problemi di peso e tra i miei ricordi d’infanzia vi sono gli appuntamenti presi in una sede locale della Weight Watchers dove l’accompagnavo di tanto in tanto. Il suo corpo veniva misurato con cura da dei nutrizionisti che la seguivano di settimana in settimana fino al raggiungimento del peso forma. Un altro ricordo edificante ci vede insieme nello studio della pediatra, forse per un controllo di routine. “Signora, questa bambina deve dimagrire!” e ho ancora davanti gli sguardi di tante persone che, nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, mi squadravano dall’alto in basso con disgusto. Non c’è bisogno di studiare i manuali sulle microespressioni del viso e il riconoscimento delle emozioni stile “Lie To me” per capire quali pensieri attraversavano la loro mente. Anche quando sei piccola, soprattutto quando hai la fortuna/sfortuna di essere una bambina sensibile, riconosci la natura di quegli sguardi anche se non sai come spiegarli a parole. No, non sono paranoica.

Ciao Cicciabomba!

È vero che mangiavo di gusto e in quantità, è vero che non praticavo nessuna attività fisica, ma anche che fortunatamente avevo un buon rapporto con amici e compagni. Ero una bambina simpatica e sorridente e anche se qualche coetaneo durante gli anni della scuola elementare mi ha preso in giro, nessuno dei miei compagni di classe lo hai mai fatto, segno che il problema con la bilancia non andava a minare i miei rapporti sociali (e anche che i miei compagni erano intelligenti). Nonostante questo, ricordo situazioni in cui sono stata presa in giro per il mio aspetto. Una cugina che, da piccola, indicava la mia pancia (enorme) e rideva di gusto mentre le nostre mamme ci cambiavano e un gruppo di adolescenti che in un bar sulla spiaggia mi ridicolizzarono pesantemente fecendomi rimanere malissimo, per esempio.

A dieta? No, grazie!

Mi sembra giusto specificare che non ho mai superato i settanta chili e che sono dimagrita parecchio quando avevo all’incirca diciassette anni. Andai da una nota dietologa e iniziai quello che oggi considero un calvario, la famigerata “dieta” che tutti i giorni ti indica cosa mangiare e, soprattutto, in che quantità. Oggi che ho quarant’anni devo confessarvi che spero vivamente di non doverne mai più seguire una finché vivo. Curo la mia alimentazione che è sana e – nel limite del possibile – sostenibile, ma non eliminerò mai più nessun alimento dalla tavola solo perché considerato ipercalorico. Oggi so che il modo di rapportarsi con il cibo, almeno per chi non soffre di patologie specifiche, ha a che fare con dinamiche che hanno radici nelle parti più profonde di noi e non basta appendere in cucina un elenco di ingredienti consentiti con relativo apporto calorico per ritrovare la linea e l’equilibrio interiore.

Look at me now! Look at me now!

Vorrei dirvi che non ho più nessuna intenzione di farmi condizionare dall’ago della bilancia per decidere se vado bene così come sono oppure no, ma devo ammettere che la zia in due parole è riuscita a riportarmi là dove credevo di non dover mai più tornare. So benissimo che non ho il potere di cambiare la zia, ma ho quello di leggere questa cosa nel modo più intelligente possibile. So tutto quello che c’è da sapere a riguardo. Sono almeno quindici anni che lavoro su di me, ho sperimentato diversi percorsi di crescita interiore, tra cui otto anni di analisi biografica a indirizzo filosofico, poi seminari, workshop e corsi, eppure ci sono delle ferite che pur rimarginate, ogni tanto incomprensibilmente perché vorresti non succedesse più, ricominciano a bruciare. Penso sia umano, basta che il fastidio non duri più di due ore.

Come scrive la maestra spirituale Marina Borruso in “Essere nel presente” citando Ram Dass, se credi di aver raggiunto l’illuminazione e ne vuoi avere la certezza, vai a pranzo con i tuoi parenti.

Per chi volesse approfondire il tema del rapporto con il proprio corpo, vi consiglio un libro di rara bellezza scritto qualche anno fa dall’analista filosofa Domitilla Melloni che racconta con grande delicatezza la sua storia. Si chiama Forte e sottile è il mio canto.