Tutti usiamo sapone e shampoo almeno una volta alla settimana, ma spesso non sappiamo nulla di quello che contengono i flaconi. Non mi basta sapere che il cibo che mangio sia sano, voglio diventare consapevole anche di quello che mi metto in testa. Sbaglio? Ho chiesto informazioni a chi lo produce artigianalmente da anni.

Tu ti occupi di saponificazione naturale. Quali sono le differenze sostanziali tra un sapone che produci tu e uno di quelli che si trova sugli scaffali del supermercato?
Il sapone deriva da un processo chimico chiamato saponificazione che lega oli (trigliceridi) e un sale (soda caustica) che produce un sale carbossilico (sapone) e un alcol (glicerina). Questo processo accomuna tutti i saponi. Un sapone prodotto in modo artigianale si differenzia molto da quello commerciale, innanzitutto per il processo di produzione, la scelta degli ingredienti e la qualità del prodotto finito. Mi piace associare la saponificazione casalinga alla cucina, quindi dico sempre che è come preparare il pane in casa. Scegliere la farina, il lievito, l’olio, impastarlo con le proprie mani e infine vederlo cuocere è diverso che andare a comprare il pane. Così il sapone. Una volta imparato il processo e preso confidenza con la produzione che rimane sempre un procedimento complesso in cui bisogna fare attenzione per via della soda caustica, possiamo decidere che oli usare, quale profumazione e consistenza dare rispetto alle nostre esigenze e al nostro gusto.

C’è da fare sempre attenzione ai prodotti che si comprano, ci sono molti siti web utili che ci aiutano a informarci, questa è un’ottima arma per non cadere vittime delle pubblicità e dei packaging accattivanti.

C’è un modo di riconoscere un prodotto di qualità quando si va a fare la spesa?
Per produrre un buon sapone servono principalmente tre ingredienti: oli, soda caustica, acqua e – se vogliamo – oli essenziali. Un trucco utile quando ne stiamo per comprare uno è imparare a leggere l’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) una denominazione internazionale utilizzata per indicare in etichetta tutti gli ingredienti presenti all’interno di un prodotto cosmetico e indicati in ordine decrescente. Non sempre è facile perché la dicitura è in latino o in inglese, ma è usata in UE, USA, Russia, Brasile e Canada anche se i parametri di produzione sono differenti. Spesso l’INCI è molto lungo, nel caso di un cosmetico artigianale invece è molto breve. Le ultime voci di solito sono gli allergeni che vengono prodotti naturalmente anche dagli oli essenziali. C’è da fare sempre attenzione ai prodotti che si comprano, ci sono molti siti web utili che ci aiutano a informarci, questa è un’ottima arma per non cadere vittime delle pubblicità e dei packaging accattivanti.

Le nostre nonne usavano il sapone di Marsiglia. È un buon prodotto secondo te?
A mio parere può essere un buon prodotto, ma a volte è sopravvalutato anche perché spesso è prodotto con oli poco “etici” come l’olio di palma. Bisogna stare attenti a non farlo diventare un mito che va bene per tutto. Impariamo a leggere l’INCI. Spesso chiamiamo sapone di Marsiglia tutto il sapone artigianale. Quello che usavano le nostre nonne era un sapone prodotto home made con il grasso del maiale e la lisciva, una soluzione alcalina prodotta attraverso la lavorazione della cenere e che sostituiva la soda caustica. So che spesso è difficile, ma oltre a chiederci “Fa bene a me?” domandiamoci anche “Fa bene all’ambiente e agli altri?”. L’ambiente, l’aspetto etico del lavoro e della produzione sono fattori importanti.

Ho imparato che la natura è potente e va presa seriamente; non tutto quello che è naturale ci fa bene. Se ci pensiamo sono dei concentrati potenti di una pianta, di una spezia, di un fiore o di una radice, quindi vanno usati con cautela e con tutte le precauzioni del caso.

Se io volessi provare ad autoprodurmi il sapone e le creme per il corpo da che parte potrei iniziare?
Quando tengo i miei corsi di autoproduzione le persone spesso mi dicono che hanno paura di iniziare per via della soda caustica. Sicuramente autoprodurre le creme è meno rischioso. Io consiglio sempre di avvicinarsi al mondo dell’autoproduzione seguendo corsi e workshop: ci rende un po’ più sicuri e ci informa su ciò che potrebbe succedere ai preparati, ci insegna a produrli e conservarli al meglio. Consiglio sempre di iniziare a produrre unguenti e pomate, preparati solidi o semi solidi che non contengono acqua, ma solo cera e oli. Sono sicuri da produrre e per la pelle.

Hai seguito un corso di aromaterapia. Che cosa hai imparato sui profumi?
Il mondo dei profumi è immenso. Mi piace perché è misterioso ed evocativo. Sento di non essere ancora un’esperta in merito, ma è un mondo che voglio assolutamente conoscere. Mi piace che ogni olio essenziale abbia una sua proprietà e che possa entrare in sinergia con altri. Anche in questo caso è bene conoscerli per saperli usare e non sottovalutare il loro potere. Ho imparato che la natura è potente e va presa seriamente, non tutto quello che è naturale ci fa sempre bene. Se ci pensiamo sono dei concentrati potenti di una pianta, di una spezia, di un fiore o di una radice, quindi vanno usati con cautela e con tutte le precauzioni del caso. Nel laboratorio in cui lavoravo ho conosciuto Valentina, una ragazza che ha creato la pagina Shanti Prya Lab per condividere e divulgare le sue pratiche in Ayurveda, Aromaterapia, Autoproduzione naturale e creazioni profumate. Con lei è sempre piacevole, utile e interessante parlare di profumi.

Mi dici il nome di tre sostanze tossiche che non dovrebbero mai essere presenti in un bagnoschiuma, in una crema, in uno shampoo?
Uno dei più conosciuti è sicuramente il Sodium Laureth Sulfate la cui sigla è SLES conosciuta perché protagonista anche di una catena di Sant’Antonio che lo accusava addirittura di provocare il cancro. Quella catena era infondata, ma sicuramente è un ingrediente da conoscere. Innanzitutto è un tensioattivo che abbassa la durezza dell’acqua, scioglie lo sporco e produce schiuma. Insieme al Sodium Lauryl Sulfate (SLS) è un tensioattivo aggressivo, irritante per pelle e l’ambiente. Entrambi sono derivati del petrolio. Il Poli-Etilene-Glicole (PEG) è un altro componente discusso che definisce la fluidità o la viscosità del preparato. È un emulsionante che serve a legare la parte oleosa a quella acquosa e a non far evaporare l’acqua dalle creme. I PEG non sono dannosi, ma hanno il potere di rendere la pelle più permeabile quindi tutto dipende da cosa vogliamo far entrare nella pelle. Altro elemento diffuso è l’EDTA definito “sequestrante” perché rende inoffensiva la presenza di metalli rendendo il prodotto più duraturo nel tempo. L’ETDA non è dannoso per la pelle, ma non essendo biodegradabile “è accusato di mobilizzare i metalli pesanti presenti sui fondali marini che poi finiscono attraverso la catena alimentare nei pesci e poi nell’uomo”. Lo sostiene la giornalista Nadia Tadioli nel libro “Senza Trucco” pubblicato da Stampa Alternativa.

I prodotti con cui ci laviamo vanno nello scarico, nelle falde acquifere e di conseguenza nei fiumi e nei mari, poi tornano a noi attraverso quello che mangiamo. Nel momento in cui scegliamo di usare un sapone o una crema siamo responsabili.

I cosmetici autoprodotti devono essere delicati sulla pelle, ma anche sostenibili. Come metti insieme le due cose?
Dobbiamo stare sempre più attenti a dove acquistiamo i prodotti. Così come mettiamo attenzione nel cibo: “da dove arrivano le uova? Come sono state trattate le galline? La verdura è di stagione? Come è stata coltivata?” la stessa attenzione la dobbiamo porre sul prodotto cosmetico che decidiamo di metterci addosso. Tutto entra a far parte di un circolo. I prodotti con cui ci laviamo vanno nello scarico, nelle falde acquifere e di conseguenza nei fiumi e nei mari, poi tornano a noi attraverso quello che mangiamo. Nel momento in cui scegliamo di usare un sapone o una crema siamo responsabili. Più si riduce le filiera più riusciamo a garantirci qualità.

La blogger Stefania Rossini sostiene che l’autoproduzione la fa sentire meno schiava del sistema. È così anche per te?
Per me forse è stata una conseguenza. Ci sono arrivata dopo. Ho iniziato ad avvicinarmi al mondo “naturale” e all’autoproduzione a 19 anni quando ho vissuto in una cascina umbra. Prima ero una cittadina al 100%. Una volta tornata a Milano ho capito che qualcosa era cambiato e solo seguendo un corso di permacultura alla Cascina “Santa Brera” e approfondendo degli argomenti ho capito che si può vivere in maniere diversa. L’autoproduzione di sapone è iniziata per curiosità, per gioco. Ora so che autoprodurre è un modo diverso di vivere, riesco a dipendere meno dalla società dei consumi e posso avere uno sguardo critico ed etico sulle cose. Viviamo bombardati da troppi messaggi ed è difficile essere “puri”, ma l’autoproduzione ti fa conoscere luoghi alternativi e persone che condividono i tuoi stessi valori, anche se a volte possono sembrare radicali o folli.

Ti sei iscritta all’università, ma l’hai lasciata perché non era la tua strada. Come hai fatto a capire quale fosse il percorso giusto per te?
Mi sono iscritta all’università tornata dall’Umbria banalmente perché lo facevano tutti! Quando mi sono accorta che era demotivante ho scelto di smettere e di cercare un’altra strada. Non è stato facile. Quando ho pensato che avrei potuto metterci molti più anni del necessario a finirla e all’epoca non riuscivo a mantenermi ho pensato che anche per i miei genitori non fosse giusto visto che non mi sentivo appassionata. Ho pensato che l’investimento economico per la mia formazione doveva valere la pena per me e per loro. Sono stata sempre molto più attratta dalle cose pratiche, da ciò che attraverso la pratica arriva alla teoria. Me ne sono accorta mentre aiutavo a curare l’orto nella cascina in cui vivevo. Un signore che credo non sapesse né leggere né scrivere mi spiegava cose importanti e poi man mano ho capito che era la strada giusta per me. Riconosco l’importanza dello studio accademico e non credo che per tutti il percorso sia questo, per me però lo è stato. Credo che studiare sia necessario, ma ho capito anche che non c’è una sola modalità per farlo e che gli insegnanti sono molti e svariati.

Quali consigli daresti a chi volesse lavorare nel tuo settore?
Che domanda difficile! Non so se sono pronta a dare consigli. Mi sento tuttora in cammino. Non è stato facile né breve arrivare a lavorare in un laboratorio ma sicuramente c’è stata da parte mia molta convinzione, sicurezza e passione. L’importante, nei momenti in cui mi veniva detto “non ce la farai!” o “Trovati un lavoro serio!” è stato ascoltarmi e andare avanti sapendo che quella era la cosa giusta da fare.

http://www.torri-superiore. org/

http://www.fattiamano.org/