In questo momento di Lockdown il fatto di avere così poco spazio (fisico, esistenziale) a disposizione crea disagio, se non dolore, a molte persone. Ma anche il fatto di avere una percezione improvvisamente così violenta di come sia fragile ed esposto il nostro corpo e di come la nostra vita sia piccola, in bilico e, per sua natura, molto breve. Eppure abbiamo dei margini di libertà.

© di Laura Ferrari

Cosa fare durante la quarantena

Nel #lockdown da emergenza Covid-19 (SARS-CoV-2, già nuovamente denominato 2019-nCoV) siamo per forza tutti piccoli. Se anche il nostro Ego scalpita e vuole tornare a farsi quello di prima, ora siamo comunque piccoli anche contro la nostra volontà e quindi più facili da osservare (auto-osservarci) sotto questa impietosa lente di ingrandimento.

Una lente globale che non è dotata di volontà, che non nasce da un finalismo della Natura come divinità punitrice o da una logica personalistica degli eventi come dei, ma che potrà, questo sì, avere effettivamente un qualche esito evolutivo. Forse. Comunque, solo in base a come abitiamo adesso questo momento, a come ce lo raccontiamo, a come lo raccontiamo agli altri.

Occorre fare attenzione a come adesso ci raccontiamo: noi stessi-vivi-respiranti, i nostri stati corporei e quindi le nostre emozioni, i nostri pensieri immaginali-vaporosi o verbali. E quindi le nostre parole dette o scritte e quindi le nostre azioni e decisioni… E attenzione, un esercizio: pensiamoli, questi aspetti di noi, come fossero tutti aspetti di una stessa cosa, misteriosa, che siamo. Fenomeni percepiti, interconnessi nello stesso momento, che si inter-condizionano in tempo reale.  Non separati. Una narrazione mainstream ma non ecologica li vede come pezzi o ingranaggi scomponibili, ma non c’è forse un nesso prima-dopo e causa-effetto se ci guardiamo adesso come se fossimo una macchina. Che dire, mi dispiace per le persone con attitudine logico-computazionale: basta con Cartesio applicato all’interiorità. Adesso proprio, poi, non ci aiuta per niente in questa prospettiva – mentre va bene benissimo Cartesio e l’applicazione della mathesis universalis alle scienze naturali, al laboratorio di sperimentazione biochimica. Adesso, anzi: avercene.

Qualcosa da fare quindi c’è anche per noi, anche solo come narrazione: dopo aver preso il prossimo respiro.

Siamo più piccoli di quello che credevamo

Siamo più piccoli di quello che credevamo. Ma era credere di essere diversi, forse, l’illusione.

È per quello forse che, da molte parti e anche da psicologi, psichiatri e accreditati esimi studiosi della natura umana ci viene suggerito che chi era già disilluso prima adesso forse soffre meno di altri; che dagli stati di piccolezza gestita e auto-gestita (stati esistenziali ecologici, o come dicono i tecnici egosintonici, oppure meno, come quelli depressivi, super-allenati per eccellenza senza scomodare Von Trier) derivano molte capacita muscolari, da tenuta, da gestione della fatica, già allenate, di cura difficile e accidentata della vita, del proprio stare al mondo, dell’esistenza: la vita abitata piccola, compressa o impotente, in sé tollerabile o addirittura bella ma solo con tanto lavoro applicato. Capacità pratiche di lavoro su di sé che adesso tornano eccezionalmente utili. Allenamento all’occupare poco spazio durante il Lockdown.

Una cosa non facile, cui lavoro ogni giorno anche io che ci vorrei arrivare, prima o poi e che so che non mi verrà data in regalo. Allenamento al duro quotidiano, lavorare su di sé per farsi piccoli e sereni nonostante il Lockdown: aspettative, giudizi, attaccamento.

Le cose succedono prima e dopo, causa ed effetto? No

Appoggiati al parapetto del balcone, che dà sul giardino dei vicini dabbasso e più avanti su un pratone piuttosto ampio, pieno di papere, con un filare di salici dove la terra si alza a fare da argine al naviglio Martesana, tra Milano e Bergamo, respiriamo senza sforzo, per ora.

Da lì più avanti vediamo la Martesana, la ciclabile e in fondo la stazione della metropolitana, perfettamente a ovest, dietro a cui tramonta il sole.

Stiamo parlando della paura di ammalarci, o che si ammalino alcune persone care a rischio, sono i giorni in cui sta esplodendo l’epidemia nella bergamasca, che è qui dietro, siamo finiti sul discorso-limite: preferisco prima io che gli altri, ma no, ma perché, se ci pensi bene non è vero, non hai paura?

Crediamo di sapere cosa siamo e in che realtà abitiamo. Ma non è vero. Questo mi dà sollievo.

Non abbiamo alcuna conoscenza reale della realtà fisica. Non solo noi farisei delle scienze umane. Ma anche gli scienziati col bollino di qualità, quelli delle Scienze Esatte. I recenti studi dei fisici che stanno tentando di arrivare ad una Teoria del Tutto, che riesca a conciliare la fisica del molto grande (relatività) e quella del molto piccolo (subatomico, quantistica) sono arrivati al massimo della meraviglia: nel corso di questi studi (riportati in un accessibile articolo su “Internazionale” n. 1347 – articolo di K. Oakes, New Scientist “Al di là dell’uovo e della gallina”) è saltata fuori sperimentalmente la massima sorpresa, la massima confutazione del nostro conoscere che ci si potesse aspettare, quella della realtà del tempo che scorre in una direzione e che ci permette di categorizzare prima-dopo, causa-effetto.

Mi torna il respiro

Ecco. Non è vero, non in assoluto. Due eventi possono capitare influenzandosi nello stesso momento, un effetto può influenzare una causa, un corpo-particella (ma anche molecole di diversi atomi) può essere contemporaneamente in due posti, o due corpi-particella possono essere nello stesso luogo fisico, occupare lo stesso spazio nel medesimo momento”.

Quando leggo queste cose, anche se con fatica, mi sento tornare il respiro.  Davvero, mi si allarga la cassa toracica.

Perché davvero non sappiamo niente e il famoso noumeno di Kant, il non conoscibile, è davvero una zona oscura ma anche una riserva di vuoto ossigenato. Il famoso noumeno che con il mio corpo, i miei sensi e la mia mente mi trovo assolutamente precluso così che non posso in nessun caso conoscerlo, è anche il luogo del più spazioso, assoluto e rinfrescante mistero.

Un mistero fascinans e tremendum, che mi fa venire un brivido bello e un brivido brutto. Ma che mi ricorda che: non so. E soprattutto quanto non è “mio”. Quasi niente, è mio. Quanto mi fa respirare bene, questo”.

Cosa mi resta nel Lockdown?

Quello che io racconto della mia vita, del mio corpo, del mondo materiale in cui ci sono i corpi degli altri ma non so in che modo davvero, dove si diffonde un virus, che non è un organismo ma è un non-vivente senza identità genetica che processa a suon di RNA continuamente se stesso in organismi cui si attacca, lui reale, che fa succedere cose, che sta sovvertendo tutto. Ma se arretro, cosa mi resta?

La narrazione. Coscienza solidificata per un attimo, oppure conservata

Quello che io racconto della mia vita è quello che mi è vero internamente, vero nella voce nella coscienza, vero nella stanza della coscienza, sospeso nel buio al di fuori delle grinfie del demone di Cartesio, lì è tangibile, lì mi è parente.  Lì si cristallizza qualcosa che è sospeso e incorporeo e che abbiamo tanta paura che svanisca, noi in Occidente. La paura ultima, la perdita di sé, della coscienza pensante e parlante, quella che canta Battiato: La Porta dello Spavento Supremo.

Ho paura di morire e di svanire.

Quello che resta intanto adesso è la percezione e quello che racconto e che metto in parole per entrare in contatto con la camera obscura di altri: la narrazione, la memoria (che poi sul lungo tempo svanirà anche quella, come ci insegna il maestro Leopardi, nella rilassante dissolvenza di secoli, millenni, eoni).

Forse esistiamo, forse esistiamo in tante coscienze, forse siamo acqua e tante gocce delimitate da una coscienza abbagliata e ingannata. Ma non lo so. Per il resto, non lo so.

Nel Lockdown voglio prendermi cura della narrazione

Più che voglio, è necessario, è organico. E una cosa al contempo buona e bella. Ognuno sarebbe igienico e utile si prendesse cura della propria narrazione, ma non è detto che tutti abbiamo sviluppato le stesse capacità, tipo accendere un fuoco o far crescere una pianta, siamo animali di branco fatti per scambiarci informazioni, comunicare, fare apprendimento collettivo e siamo creature neoteniche (sempre in crescita anche da adulti, sempre in apprendimento, come lo sono soltanto i giovani degli altri mammiferi) e quindi ci sta che si riceva aiuto da altri simili per la propria narrazione. Che ci sia un lavoro cooperativo, un apprendimento incrociato. Non è nemmeno facile a volte vedere, da soli, che è tutto quello che resta e quindi l’unica prima zona di investimento etico sensato, l’unica zona dell’agire in cui davvero abbiamo forse un poco di potere. La nostra coscienza con il suo piccolo momentaneo potere, sospesa nello spazio tempo (Berkeley).

Epitteto ci dice di non sbatterci troppo per ciò che non è sotto il nostro controllo

Piuttosto, soprattutto se come adesso siamo indeboliti dalla paura e dall’angoscia e di energie ne abbiamo di meno del solito, di concentrarci su ciò che dipende da noi.

Qualcuno cantava: comincio dalla persona nello specchio. Per forza. Se non distingue il fuori dal dentro, ho perso quello spazio in cui posso davvero agire, in cui ho questo potere. Sospendere per un momento la ricerca del responsabile fuori di me, delle narrazioni di altri.

Poi vado, ma solo dopo, sui cerchi più esterni del mio agire come Alessandro Baricco: l’agire civile, il soggetto civico, la sussidiarietà, la protesta, la rivoluzione.

Cosa posso dire “mio” adesso? Perché voglio qualcosa di “mio”?

La narrazione, la nostra voce, le nostre parole, i fotogrammi della memoria: questo è il nostro, unicamente nostro spazio nella vita, adesso, questo momento.

Vita per il resto misteriosa, a partire dal mistero che noi stessi siamo nell’angolo cieco del nostro auto-osservarci, dell’Altro che siamo ogni momento e che ci parla dallo stomaco, dalle cellule, dal sogno, quindi a partire dal nostro stesso corpo – per arrivare persino allo scorrere del tempo in cui quello che stiamo vivendo forse è già sempre stato e passato, presente e futuro forse sono solo categorie fenomeniche.

Non lo so, non lo so proprio. Che sollievo.