C’è chi fa girare l’economia, io condivido i miei vestiti due volte all’anno. A gennaio, prima che la pandemia di Coronavirus ci congelasse nelle nostre case come se fossimo punti da un fuso, ho organizzato un’edizione straordinaria del mio Swap Party, un evento privato nato nella primavera del 2012 da un’esigenza impellente: quella di impedire che i miei abiti e quelli delle mie amiche rimanessero chiusi e inutilizzati in un armadio.

Tutto nasce lì, a NYC

Non ricordo bene come sia nata l’idea, devo averlo letto da qualche parte, in qualche rivista cartacea o in rete. Ho subito pensato che l’intuizione fosse assolutamente geniale e mi ci sono buttata. Lo Swap Party è un ritrovo tra amiche che si scambiano abiti, scarpe, cappelli e tutto quello che vi viene in mente. Mi ricordo di avere letto che il primo fu organizzato a New York City, la città che Nicola Formichetti – direttore artistico di Diesel –  definì sul magazine Living: “Un campo di energia pura dove perdersi”. Non poteva che nascere lì questa idea rivoluzionaria che unisce la voglia di condividere un momento di intimità con le amiche e il desiderio di ridurre gli acquisti compulsivi con il bisogno di dare nuova vita a un armadio saturo di capi visti e rivisti.

Amo lo space clearing, la teoria della purificazione dello spazio: una casa con oggetti scelti, non stratificati negli armadi, è una casa che sa fare spazio al nuovo.

Le tre ragioni che fanno dello swap party un’idea geniale

Mi gratifica osservare come una mia gonna anonima, inutilizzata da anni, possa diventare splendida se indossata da un’altra persona. Mi piace lasciare andare le cose che possiedo, come insegnano meravigliosamente bene la filosofia antica e il buddhismo. Amo lo space clearing, la teoria della purificazione dello spazio: una casa con oggetti scelti, non stratificati negli armadi, è una casa che sa fare spazio al nuovo.

Le otto regole d’oro per organizzarne uno

Ci vuole spirito d’iniziativa e la voglia di condividere una certa filosofia (quella del riciclo), ma è necessario anche sapersi dare qualche regola. Io le chiamo “regole del buon senso”. Ecco qualche indicazione pratica per chi non sa da che parte cominciare:

  1. Il mio Swap Party non è un mercatino, è tutto gratuito, non si versano contributi per accedervi, non ci sono cartellini da applicare ai capi, non si deve mercanteggiare per barattare un vestito da cerimonia con un paio di sandali di H&M. Tutto è a costo zero
  2. È destinato a poche elette, non è un raduno. Invito al massimo quindici persone, amiche motivate che hanno sposato, fin dal primo invito che hanno ricevuto, la causa a cui sono state chiamate: rimettere in circolo il guardaroba personale stipato negli armadi
  3. Data la natura mansueta delle mie amiche non si sono mai verificati litigi per accaparrarsi qualche abito. Solo una volta mi sono sentita in dovere di fare da giudice di pace di fronte a un bel cappotto conteso. L’ho lasciato a chi aveva portato una montagna di capi da scambiare. Mi era sembrato giusto così
  4. In genere ne organizzo sempre due all’anno: uno in primavera e uno in autunno per favorire il cambio di stagione. Solo nel 2019 sono riuscita a organizzarne unicamente l’edizione primaverile
  5. Nell’invito, che inoltro rigorosamente via mail (mai via gruppo WhatsApp), indico il giorno e l’orario. Ultimamente prima di inviarla chiedo via sms alle più affezionate la loro disponibilità per la data proposta
  6. In genere li organizzo di domenica dalle 15 alle 18. È una bella occasione per fare merenda insieme. Nella mail chiedo di portare qualcosa di buono da condividere: una torta, dei biscotti, del succo di frutta e naturalmente del vino. Alcune edizioni le ho fissate in settimana, orario aperitivo, ma ho visto che con le mie amiche funziona meglio la formula “merenda nel week end”
  7. Mi piace che i vestiti che mettiamo in circolo siano lindi e profumati, magari stirati. Sappiate che non è scontato. Penso che sia giusto donare abiti senza buchi, senza macchie, con tutti i bottoni. Pronti per una nuova vita. L’idea alla base è regalare capi che non debbano essere portati subito in lavanderia o in sartoria.
  8. Alla fine dello Swap Party chiedo alle invitate di dividersi il cumulo di vestiti rimasti. In genere lo mettiamo nei cassonetti gialli, anche se avevo letto un’inchiesta in merito su L’Espresso tempo fa e non sono sicura che sia la soluzione migliore. Spero di trovarla presto. L’ultima volta è rimasto ben poco e ci dispiaceva buttarlo, perciò lo terremo da parte per la prossima volta. Se avete delle idee a riguardo, per esempio se siete a conoscenza di associazioni che sarebbero felici di ricevere degli abiti puliti, sono ben accette.

Chi volesse qualche consiglio per organizzarne uno a casa propria può contattarmi qui

©Photo by Shanna Camilleri on Unsplash