Scrivo un post veloce perché non è sempre facile capire che cosa faccia di preciso un/una coach. Mi è capitato spesso di spiegare in che cosa consista un percorso di questo tipo ed è venuto il momento di mettere le cose nero su bianco.

Il coach è una specie di educatore

Il coach in genere non è né uno psichiatra né uno psicoterapeuta (ma può essere uno psicologo come Luca Stanchieri, fondatore della scuola che ho frequentato o come la mia amica Chiara Repetto, un filosofo come me e Davide Marino, un formatore come Barbara Mapelli oppure altro). Il percorso di coaching propone un metodo di intervento formativo e culturale. Se definiamo il coach un esperto che contribuisce alla crescita umana di una persona, allora è una specie di educatore, ma anche un allenatore perché prepara i suoi clienti a raggiungere una situazione desiderata attraverso il dialogo, la riflessione, l’ascolto e un allenamento mirato e personalizzato.

Quanta filosofia nel coaching

Il coach può essere anche un consulente filosofico perché attraverso le domande (non le risposte) aiuta il cliente a chiarificare la sua filosofia di vita implicita, a mettere in discussione la sua visione del mondo, a indagare la sua idea di felicità e a costruire una quotidianità nella quale sentirsi realizzato.

La vocazione è una ricerca che ha bisogno di investimento (Luca Stanchieri)

Quanti ce ne sono?

Gli approcci al coaching sono svariati e così come gli psicologi, i filosofi o gli ingegneri, anche i coach possono specializzarsi in vari ambiti. Ci sono coach che lavorano per migliorare la sfera esistenziale delle persone (life coach). Quelli che sono molto ferrati in ambito professionale (career coach). Quelli che sviluppano le potenzialità delle aziende e di chi ci lavora e i coach che si occupano di sport o adolescenza. Ci sono anche i fashion coach che aiutano le persone a essere più consapevoli dell’immagine che danno, lavorano sulla cura di sé e trasformano i guardaroba, come Emiljia Kelcher. A me, ça va sans dire, piace lavorare sul life (tanto) e il career coaching, soprattutto quello che ha a che fare con il Personal Branding, il metodo nato per promuovere se stessi online (in modo autentico, aggiungo).

Una potenzialità espressa rende soddisfatti

“Non ripariamo difetti”, sostiene Luca Stanchieri e infatti il coach non lavora sulle mancanze del cliente o sui suoi punti di miglioramento, ma sulle sue potenzialità, che sono i suoi punti di forza. Esistono le potenzialità di specie e personali, entrambe studiate dalla psicologia positiva. Per capirci, tra le potenzialità comuni a tutti gli esseri umani vi sono la cura di sé e la spinta all’autosuperamento, mentre tra le 24 potenzialità personali troviamo per esempio la lungimiranza, la creatività, l’audacia, la leadership, la speranza e la spiritualità. Quando le alleniamo diventano talenti. Sì, perché il talento non è propriamente innato, anche se ci piace pensare che sia così, ma è piuttosto un’attitudine ben allenata.

Come si scoprono le potenzialità

È molto facile capire se possediamo una potenzialità oppure un’altra, perché quando ne esprimiamo una che è davvero nostra proviamo un piacere genuino e un profondo senso di soddisfazione. Con il tempo e la pratica possiamo anche essere diventati molto competenti nel fare qualcosa di specifico, ma se non proviamo piacere nel farlo non parliamo di potenzialità. Quando proviamo del vero malessere esistenziale, invece, potrebbe essere un segnale che una o molte delle nostre potenzialità siano state represse.

Trova una persona felice e troverai un progetto di vita che è un progetto complesso di bene (Luca Stanchieri)

Fatti non foste per vivere come bruti

A loro volta le potenzialità personali sono la manifestazione, udite udite, di sei virtù (umanità, saggezza, giustizia, coraggio, temperanza e trascendenza). Parlare di virtù oggi sembra assai antiquato e invece tornare a quelle che il vocabolario definisce “disposizioni d’animo volte al bene” apre lo spirito anche a chi non ha mai studiato filosofia e aiuta a elaborare la propria fioritura personale, che è un altro modo di definire la crescita personale coniato dalla filosofa Maura Gancitano (che però, attenzione, non c’entra nulla con il Coaching Umanistico). Il coach fa crescere le persone in termini valoriali, affronta nella pratica i temi del bello, del buono, del giusto, allena la coscienza e sviluppa programmi di allenamento personalizzati che portano felicità e senso di appagamento.

Non dirti che non vali, chiediti invece “cos’è che non faccio abbastanza per valere”? (Luca Stanchieri)

Dove si va?

Gli obiettivi del percorso di coaching sono sempre decisi dal cliente e hanno a che fare ovviamente non solo con qualcosa di molto pratico, per esempio il superamento di un esame o di un colloquio di lavoro, ma anche con i significati che attribuiamo a questi desideri. In questo senso, il ruolo dell’immaginazione è fondamentale: la meta va visualizzata e va sentita come se fosse già superata. Il ruolo rivestito dall’allenamento, però, è forse la parte fondamentale del lavoro. Senza la pratica non si va da nessuna parte. Pensate ai grandi artisti o a chi corre la maratona. Per raggiungere la situazione desiderata non basta l’intenzione, bisogna lavorarci.

I blocchi fisiologici

Ovviamente non è tutto sempre facile, non basta scrivere la to do list e spuntare l’elenco a mano a mano che procediamo. Spesso abbiamo a che fare con degli “ostacoli” che rallentano il cammino, o almeno nel coaching si chiamano così. Queste difficoltà si chiamano sottovalutazione, pessimismo e rassegnazione. Vanno ascoltate, capite, affrontate e, si spera, superate. A volte, semplicemente, bisognerebbe accettare quello che c’è, aspettando che torni la primavera, come afferma quella meravigliosa analista biografica che è Anna Albanese.

La scuola di Coaching Umanistico che ho frequentato è stata fondata nel 2004 da Stanchieri. È stato un percorso bello e coinvolgente, anche grazie ai suoi presupposti teorici, in primis le pratiche filosofiche di Pierre Hadot. Ringrazio Claudia Galli, coach intervistata qualche anno fa, che me l’ha consigliata anche se non è la scuola dove si è formata lei.