Magari mi sbaglierò, ma credo che per trasformare davvero il sistema non sia sufficiente che le minoranze lottino per il riconoscimento dei loro diritti. A svegliarsi e a prendere coscienza delle dinamiche di potere sulle quali si fonda l’assetto sociale non dovrebbe essere solo la parte oppressa, ma anche quella che opprime (in) e consapevolmente.

Fortuna che c’è Lorenzo Gasparrini, attivista e blogger, che da bravo filosofo prova a guidarci fuori dalla caverna (di Platone) e a mostrarci le cose anche “dall’altra parte” del problema, quella maschile.

Leggo spesso sui social i commenti polemici di chi sostiene che i femminismi, come tutti gli -ismi, sia discriminante e che sarebbe bellissimo se un giorno non dovessimo più parlare di uomini e donne, di corpi, di sessi, ma solo di esseri umani. Sul tuo libro definisci queste persone “ingenue”. Perché?

Perché credono che basti l’esperienza quotidiana per comprendere le questioni di genere, come se non fossero una disciplina scientifica e come se si basasse su evidenze empiriche che tutti possono cogliere immediatamente, senza una preparazione specifica. La storia dei femminismi insegna che questi sono l’esatto contrario di pratiche discriminatorie; ma dove leggerla? Non si fa a scuola, non se ne parla sui media, niente scaffali appositi nelle librerie. Nel frattempo, una distorta idea di eguaglianza, e non di parità, insegna che la cosa importante è la “persona”, non se è un uomo o una donna o quali abitudini e desideri di relazione abbia. Dimenticando che nessuno di noi ha mai conosciuto una “persona”, un essere umano non incarnato.

Noi abbiamo a che fare con corpi sessuati, siamo corpi sessuati e costruiamo un mondo di significati simbolici e linguistici basati su questa evidenza naturale – salvo poi credere che la cosa importante sia altrove, commettendo una ipocrita violenza su noi stess* e su chi abbiamo intorno. Definire chi crede a queste cose “ingenuo” è il minimo.

L’otto marzo 2019 circolava sui social una vignetta che mi è rimasta impressa. Ritraeva una donna bianca e ricca che tornava a casa entusiasta dopo la manifestazione, raccontando alla sua domestica quanto fosse stato meraviglioso partecipare al corteo. Era un modo per parlare di intersezionalità. Che cosa significa e perché è un elemento importante dei femminismi oggi?

Quello che tanti femminismi cercano di raccontare è un sistema di potere. Questo sistema agisce, come tutti i sistemi di potere, secondo l’antico adagio latino “divide et impera”: separando e allontanando i soggetti al potere in modo che non possano unirsi contro il nemico comune. Le differenze di classe economica, i privilegi sociali, le ghettizzazioni urbane, i razzismi su base etnica e geografica, contribuiscono a tenere separate quelle parti sociali che dovrebbero coalizzarsi – che è poi il motivo per cui esistono tanti femminismi diversi.

Questi sono pratiche di libertà che raccontano anche i tanti condizionamenti cui sono sottoposti uomini e donne. Uno è appunto quello di classe, che non permette di vedere l’efficacia del sistema di potere là dove agisce, costruendo la libertà di qualcun* alle spese di qualche altr*, confondendo le possibilità e gli status sociali con i privilegi.

Quando capisci quanto c’è di sbagliato nella comune idea di uomo, nello stereotipo dell’“uomo vero”, se non fai niente per cambiare le cose con il tuo comportamento e le tue parole, sei complice di quel sistema.

In Italia vige il patriarcato, ma non tutti ne sono consapevoli. Mi fai qualche esempio che possa spiegare in modo semplice che cosa significa vivere in un sistema sociale di questo tipo?

Il patriarcato condiziona culturalmente tutte le identità di genere. Chi non è etero vive difficoltà inimmaginabili per chi ha, secondo il patriarcato, caratteristiche “normali”; ma anche tra etero le differenze tra uomini e donne sono ben marcate, e confini ben segnati. Veniamo educati a una idea di “uomo” e “donna” che non mettiamo in discussione mai perché è quello che intorno a noi si ritiene “normale”. Passiamo la vita ad attribuire quello che ci succede nelle relazioni e nella vita sociale a molti colpevoli, ma mai al sistema culturale nel quale siamo stati educati come uomini e donne.

Vivere nel patriarcato significa credere a tutti gli stereotipi di genere che ci condizionano: gli uomini sono razionali e le donne irrazionali, gli uomini non sono adatti ai lavori di cura al contrario delle donne, e così via. Quando pensiamo a quante persone hanno regolato la loro vita sociale su queste costruzioni culturali sostanzialmente infondate, ci facciamo un’idea della forza politica del patriarcato come sistema di potere.

Che relazione intercorre, brevemente, tra patriarcato e maschilismo?

Uno è il sistema, l’altro lo strumento per mantenerlo; se preferisci, il patriarcato è la strategia generale, il maschilismo la tattica che la rende vincente. Va sottolineato che nessuno dei due è messo in opera solo da uomini etero: chiunque può desiderare i privilegi patriarcali e usare gli strumenti maschilisti, declinandoli alla propria situazione.

Basterebbe informarsi un minimo per capire che le “accuse” femministe agli uomini non sono rivolte ai singoli maschi, ma al sistema che li rende “uomini” e che loro non si accorgono di accettare con tutte le sue implicazioni violente.

Femminicidi, necessità delle quote rose, declinazione delle professioni al femminile. Molte persone sostengono che i problemi del Paese siano altri. Cosa ne pensi?

Abbiamo già detto dell’importanza dell’intersezionalità. Quella “benaltrista” è esattamente la visione della società che serve a non cambiarla mai. Cosa ci può essere di più importante che la propria identità e le relazioni con gli altri, lottare per averle il più possibile libere e non condizionate? Chi straparla di capitalismo, liber(al)ismo e le altre cose che sarebbero importanti, si ricorda che questi sono sistemi economici, politici e sociali figli del patriarcato – che è molto più antico – e che esistono perché portano avanti le sue stesse gerarchie di potere? Sarebbe il caso di occuparci delle cause e non degli effetti, della malattia e non dei sintomi.

Le quote rosa indicano il numero di posti riservati alle donne nell’organico di imprese, istituzioni, organismi decisionali per garantire la rappresentatività femminile nella società. Potrebbero essere un buon punto di partenza per cambiare la mentalità delle persone?

Ricordandoci che sono uno strumento temporaneo, creato per riparare a posteriori a una discriminazione accaduta prima. Sono uno strumento per forzare una presenza di diversità laddove non si riesce ad averla. Poi saranno quelle persone a far cambiare idea su di sé e sul genere che rappresentano, mostrando con i fatti che ambienti, situazioni e gruppi paritari sono molto più efficaci e vantaggiosi di quelli di un solo genere. Ricordandoci anche che la mentalità si sedimenta, non cambia velocemente, si devono far agire più strumenti.

Molto spesso, di fronte alla violenza di genere, molti uomini si mettono sulla difensiva facendo presente che “non si può generalizzare”, perché non tutti gli uomini sono violenti con le donne. Come ti poni di fronte a questa affermazione?

E come vuoi porti? Chiunque ragioni un minimo comprende subito che si tratta di una risposta difensiva e inefficace, che mostra sono l’incapacità di sentire e comprendere un problema sociale. Basterebbe – come già detto – informarsi un minimo per capire che le “accuse” femministe agli uomini non sono rivolte ai singoli maschi, ma al sistema che li rende “uomini” e che loro non si accorgono di accettare con tutte le sue implicazioni violente.

Prima di tutto gli uomini sono abituati a definire loro cos’è una violenza, e quindi possono benissimo non accorgersi quando compiono violenza di genere. Inoltre, non compiere violenza non vuol dire non essere responsabili; l’indifferenza non è certo un merito. Quando capisci quanto c’è di sbagliato nella comune idea di uomo, nello stereotipo dell’“uomo vero”, se non fai niente per cambiare le cose con il tuo comportamento e le tue parole, sei complice di quel sistema. Cioè trovi “naturali” tutta una serie di violenze di genere, anche se non le hai commesse, che fanno parte di quella idea, e godi dei privilegi sociali connessi a quella idea (patriarcale) anche se non te ne rendi conto.

Molti uomini pensano che sostenere la causa femminista e i femminismi siano un modo di ripudiare il genere a cui appartengono, quindi si guardano bene dal farlo. Come si fa a spiegargli che il femminismo non vuole prevaricarli, ma “solo” ottenere pari opportunità e pari diritti?

Evidentemente non sanno bene né cosa siano i femminismi, e neanche cosa sia il proprio genere. Infatti, la tipica educazione patriarcale insegna ai maschi che l’idea di “uomo” virile e dotato di tutte le caratteristiche stereotipate alla virilità, associa questa idea costruita all’identità di ciascuno, in modo che tutti gli uomini pensino di non avere alternative. Di conseguenza, qualsiasi cosa critichi quella costruzione, quella idea di “uomo”, è sentito come un attacco alla propria identità e rifiutato con forza. Invece nessuna idea di parità chiede agli uomini di non essere uomini, gli chiede di riconoscere ad altr* gli stessi diritti, spazi, simboli e significati che si arroga lui e solo lui in quanto genere dominante.

Studi questi temi da tanti anni. Perché si parla di femminismi, al plurale?

Per salvaguardare una ricchezza di esperienze e di pensiero che sono continuamente attaccate da chi usa il singolare. Di “femminismo” si parla sui media come di un blocco unico, un pensiero definito fatto di rigidi comandamenti, di un’unica tradizione di significati politici e sociali. Esattamente il contrario della realtà: i femminismi sono tantissimi e molto diversi tra loro – alcuni non saranno mai compatibili tra loro – perché prima che idee e teorie sono stati pratiche di libertà messe in atto in parti del mondo lontane, e in situazioni sociali e culturali diversissime.

Sei un maschio bianco e pure eterosessuale. Praticamente sei nato privilegiato. Che cosa ti ha spinto a interessarti a questi argomenti?

Da studente di filosofia mi interessavo al problema tra letteratura e corpo. Mentre preparo la tesi e leggo un po’ di tutto mi imbatto – del tutto casualmente – in un testo femminista, e scopro una cosa che poi mi sembrerà ovvia: tantissime femministe hanno scritto del rapporto tra letteratura e corpo, e tra linguaggio e corpo. Però a questa bella scoperta ne segue una affatto piacevole. Quando porto questi testi ai miei docenti di riferimento, mi sento rispondere cose incredibili: “questa non è filosofia”, “queste sono questioni delle donne”, “gli studi di genere lasciali stare, poi ci sono polemiche” e cose del genere.

Provo a mettere in atto nella mia vita quelle cose che vado leggendo, e capisco subito che non si tratta di nulla di “accademico”: c’è un grosso problema politico, una grande pregiudiziale nei confronti di chi sta raccontando da un altro punto di vista il mio stesso mondo. Capisco che c’è molto da fare “dalla mia parte del problema”, e da allora non ho smesso né nella mia vita né nelle mie attività.

© Un ringraziamento particolare ad Andrea Colamedici di Tlon per la foto di Lorenzo.