Dalle relazioni passate ho imparato soprattutto che la vita non è mai statica. O cambi da sola o cambi insieme al partner. Se stai ferma, la vita sceglierà per te e allora… ti devi preparare a tutto, anche a uno tzunami.

In alcuni casi ero troppo giovane per comprendere il senso di una storia d’amore, altre sono state “prove generali” che mi sono servite per gestire rapporti che sono arrivati dopo. Tutte le relazioni mi hanno fatto capire che persona volevo essere e mi hanno permesso di smettere di raccontarmela (uuuuu, come me la sono raccontata!).

Soffrire non è un reato

Ultimamente sono molto insofferente a questo clima culturale alimentato anche dai social media che ci impone di essere sempre eccellenti in ogni situazione, altrimenti si è subito etichettati come deboli e impreparati alla vita. Un paio di volte ho sofferto parecchio per amore e forse esageratamente, versando tutte le lacrime che avevo in corpo. A un certo punto ho dovuto elaborare il lutto che stava dietro quel gigantesco senso di perdita e a quell’angoscia senza nome.

É successo tantissimi anni fa e nella relazione di coppia cercavo quello che non si può mai trovare lì dentro, perlomeno nella forma che volevo io. È per questo che quando ho letto, qualche tempo dopo, il diario di Etty Hillesum, mi mancò il respiro di fronte alle sue parole. Era iniziata la resa dei conti:

Non bisogna mai rendere una persona, anche se molto cara, lo scopo della propria vita. Si tratta qui di fini e mezzi. Il fine è la vita stessa, in tutte le sue forme, e ogni persona sta lì come mediatore tra noi e la vita. La vita dà in prestito agli uomini i gesti, i contenuti, le forme e in ogni uomo noi impariamo a conoscere la vita in una forma sempre diversa. Impariamo a conoscere le persone per conoscere meglio la vita, ma poi dobbiamo di nuovo lasciarle libere e restituirle alla vita, per quanto questo ci possa sembrare difficile. E in coloro che abbiamo più cari, attraverso loro forse impariamo meglio a conoscere la vita. O forse no?

Oggi sono più in contatto con la mia sofferenza e non la respingo. È facile? Per niente, ma ogni giorno è una scoperta, una parte di me riconosce il fatto che il dolore mi ha reso capace di varcare soglie di comprensione (di me stessa, della vita) che non avrei mai potuto sperare di raggiungere altrimenti. Non sono assolutamente una fan della sofferenza, ma nel mio caso è stata un mezzo che mi ha portato altrove.

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Nuotare in una vasca piena di alligatori

All’interno del documentario “Conversazioni sulle vie dei Tarocchi”, Alejandro Jodorowsky racconta la barzelletta di un vecchio miliardario in cerca di una persona abbastanza coraggiosa da gettarsi in una piscina piena di coccodrilli, promettendole in cambio la metà dei suoi averi. Alla fine la troverà, scoprendo però subito dopo che l’uomo temerario che si era gettato nell’acqua, in realtà vi era stato spinto. Come dire… dove non arrivi tu a imparare delle lezioni, arriva la vita sotto forma di qualcuno che diventa, volente o nolente, il tuo maestro.

Tirare un sospiro di sollievo

Mi dispiace molto. In molte circostanze avrei voluto essere più sincera, più brillante, più onesta, più assertiva, più decisa. Col senno di poi, alcune storie d’amore sono finite solo nel momento in cui le ho elaborate, trasformate e lasciate andare. Per alcune c’è voluto tempo, in altri casi non hanno lasciato grossi strascichi. Altre le ho troncate senza troppi ripensamenti perché non ero convinta della direzione che stavano prendendo (e la mia vita con loro).

Sono sinceramente dispiaciuta di aver fatto soffrire qualcuno e di non aver potuto costruire insieme un rapporto di amicizia come è successo in altri casi, pur nella reciproca e comprensibile distanza (non c’è un unico modo di gestire i rapporti con gli ex). Tutto sommato devo dire che provo per tutti un affetto sincero. Abbiamo fatto un pezzo di strada insieme, conservo dei bei ricordi e li ringrazio per il tempo – di qualità o meno – che abbiamo passato insieme, anche se non tornerei indietro neanche per tutto l’oro del mondo. O forse riavvolgerei il nastro solo per fare finire certe storie in modo meno disumano.

Non mi manca quello che mostravi di essere, mi manca quello che pensavo tu fossi
(Alda Merini)

Le fette di salame sugli occhi

Mi sono affezionata a delle persone e soprattutto all’idea che mi facevo, di volta in volta, di me stessa e della storia d’amore che stavo vivendo. Ma io chi ero e che cosa volevo dalla vita? E loro che cosa sono stati per me? Ho preso la mia forma nel tempo, eppure spesso una voce interiore molto più saggia di quanto fossi io, mi diceva che quella storia non andava bene e così la troncavo.

In alcuni casi sapevo che non avrebbe funzionato dall’inizio, ma mi sono comportata come nella più classica delle tragedie greche. In altri casi, pescavo semplicemente nel mare sbagliato. Cosa significa? Che credevo di volere una persona con determinate caratteristiche, quando invece avrei dovuto guardare un po’ più in là del mio naso. O alla mia storia familiare con maggiore curiosità e arguzia.

Cosa cercavo nelle storie d’amore?

Recentemente il filosofo Moreno Montanari ha detto che nella vita non sono tanto i traumi che dobbiamo elaborare, ma la vita stessa quotidianamente, facendo della nostra esistenza, in tutti i suoi aspetti, una conoscenza incarnata (lui quella volta parlava in realtà di pratiche filosofiche e non, nello specifico, d’amore). Io però, tempo fa, non potevo elaborare la vita (né tantomeno sapevo incarnarla) e nelle storie d’amore cercavo la sicurezza emotiva e un’alcova in cui nascondermi.

Fortunatamente il rapporto di coppia può essere molto altro e l’ho scoperto solo molto più tardi. Può diventare un laboratorio continuo e quotidiano che accompagna ed educa alla consapevolezza reciproca, come lo è ora per me. A questo proposito mi riprometto di leggere al più presto il libro di Montanari “Equivoci dell’amore”, di cui ho letto una bella recensione:

l’amore vissuto nella pienezza delle sue potenzialità costituisce per tutti l’occasione di diventare se stessi. Di portare cioè a pieno, autentico compimento il processo di individuazione, integrando le polarità che abitano la nostra psiche: la nostra Ombra, come diceva Carl Jung; lo yin e lo yang, secondo i cardini del taoismo; l’uomo e la donna che coabitano in ciascuno, secondo il tantrismo indiano.

Trovarsi faccia a faccia con se stessi

Un giorno è successo che sono uscita dal guscio, mi sono guardata allo specchio e ho abbandonato improvvisamente la speranza che le cose potessero essere diverse, oppure tornare come erano un tempo, perché come un tempo, purtroppo o per fortuna, non sarebbero mai tornate. Nel mio caso, dico “per fortuna”, ma mentre soffrivo, tanto tempo fa, non riuscivo a guardare le cose dall’alto.

Inoltre, quando ero più giovane avevo la tendenza a delegare il mio lavoro interiore ai partner e mi divertivo a far loro da life coach, quando avrei dovuto farlo a me stessa. Poi un bel giorno mi sono trascinata sul lettino dell’analista (filosofo) e ho smesso di fare la counselor ai miei fidanzati (almeno un po’, perché è una cosa che mi piace ancora fare, dannazione!).

“Qualcosa c’è e mi trascende”

Fin dall’adolescenza ho ricercato nelle cose e negli eventi qualcosa che assomigliasse a un significato nascosto e credo che sia stata questo sguardo a permettermi di non naufragare tante volte nell’angoscia dell’horror vacui. Le esperienze  “di pienezza e di connessione”che ho vissuto (come le definirebbe la mia amica Laura Ferrari, filosofa anche lei) mi hanno permesso di avvertire qualcosa di più grande di me che mi trascendeva (citando Euripide) e di non perdere quasi mai la fiducia nella vita.

… Che poi è quello che è riuscita a fare Hetty Hillesum in una situazione incommensurabilmente più terrificante di qualsiasi altra, sicuramente più della mia che cercavo un compagno come si cerca lo shampoo al supermercato. Per ricomporre i pezzi del puzzle, tuttavia, c’è voluto il tempo necessario misto al forte desiderio di dipanare la matassa della mia esistenza, che si srotola e si riavvolge tante volte, un po’ come la tela di Penelope.

Trasformarsi per fluire con la vita

Ho imparato che la vita fluisce e che se non monitoriamo noi la rotta lo farà qualcun altro, che la coppia mi ha salvato da me stessa solo per un po’, ma dopo ho dovuto cominciare a giocare con le mie gambe. Che nel dolore ci posso stare senza coprirlo e che tutte le volte che credo di poter appendere il cappello al chiodo, la vita saprà sempre stupirmi con effetti speciali.

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