Mentre trascrivevo l’intervista a questo medico psichiatra e psicoterapeuta molto noto, ho ricordato quello che scrisse Platone ne “La Repubblica”: “Chi è capace di vedere l’intero è filosofo. Chi no, no”. Il motivo di quest’associazione è presto detta. La dottoressa Poli, pur avendo una consolidata formazione scientifica, possiede un naturale e preziosissimo approccio filosofico all’esistenza testimoniato anche da una voce pacata e morbida che ha reso particolarmente piacevole la nostra chiaccherata.

Abbiamo parlato di fiducia, di Carl Gustav Jung, di malattia, di destino, di anima, di emozioni, di coppie e di quanto sia importante per il nostro ben-essere saper posare le maschere che indossiamo quotidianamente. L’intervista è più lunga del solito, ma – giuro- vale la pena leggerla.

Medicina e sintomi

Lei è un medico psichiatra di grande cultura ed è promotrice della nuova medicina integrata. Grazie a questo approccio la malattia cambia volto?

Nel mio centro la malattia non è mai il guasto di un pezzo, come accade nella medicina occidentale, ma l’espressione di uno squilibrio di un sistema complesso. Quel sintomo è espressione del fatto che, in un processo fatto di tanti piani e di tanti aspetti che viene orchestrato da tutti gli elementi in un’armonia, accade qualcosa per cui quell’armonia non è più quella di prima. La malattia, nella medicina integrata, è un processo che parte dall’energia, quindi da qualcosa che non si vede, che non si tocca, che non è un pezzo di carne, ma una funzione, un processo che parte da lì, poi comincia a modificarsi, si traduce in ormoni, in molecole, in neurotrasmettitori. Questo agisce sulla cellula, progressivamente sul Dna e solo allora arriva sul piano organico.

Quindi il sintomo fisico è solo l’esito di un processo iniziato molto prima?

Sì. La medicina integrata vede tutto questo, ovviamente vuole comprendere in che fase di questo processo si trova una persona, in che modo la sua storia sta interagendo e condizionando il sintomo, il significato che ha esso nella sua vita e agire in base a questo.

Possiamo definirla una disciplina olistica?

No. La nuova medicina integrata non deve essere confusa né con le medicine alternative né con quelle olistiche. Questi due termini hanno aperto indubbiamente la strada alla possibilità di cambiare il paradigma medico, ma alcuni filoni troppo “new age” peccano per la mancanza di validazioni scientifiche, quindi per ora è meglio specificare bene che cosa propongo nel mio centro. Il mio è un modo di fare medicina che integra paradigmi differenti e approcci apparentemente diversi tra loro basandosi sul fatto che la persona è un’unità di più sistemi e più livelli. Io la chiamo unità psiche-soma.

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Cosa intende con “unità psiche-soma”?

In ognuno di noi coesistono il piano fisico, quello mentale, quello emotivo, quello spirituale e nessuno di questi è realmente separato dagli altri. La separazione è necessaria perché abbiamo bisogno di definire delle categorie, di analizzare dei parametri, allora ci separiamo in pezzi, ma nessuno di noi è una macchina composta da più parti. La medicina integrata lo è proprio perché l’essere a cui si approccia è integrato.

Come nelle medicine orientali…

Certamente, penso alle medicine tradizionali dell’Oriente, ma anche alla filosofia antica. L’idea di un Uno in cui esiste una corrispondenza profonda tra una persona e i suoi sintomi era già presente. Ora però abbiamo la possibilità di avere delle validazioni scientifiche alle teorie. Queste possono venire dalle neuroscienze, dalla fisica quantistica e ci permettono di dire che tutti i processi che la scienza medica occidentale ha studiato come processi biochimici e meccanici in realtà sono sottesi da dei meccanismi energetici. Sono quelli spiegati dalla fisica quantistica, da quella delle particelle e che, guarda caso, sono discipline fortemente influenzate dalle emozioni. La biologia di una persona non è scindibile dalla sua biografia, al contrario.

La biografia però non è un parametro scientifico…

La storia, gli eventi, la famiglia, il contesto, la genealogia non sono scientifici, ma biografici però hanno un ruolo potentissimo nel cogliere le vicende biologiche della salute e della malattia. La nuova medicina integrata si approccia alla persona come un essere unico e irripetibile fatto di più piani e se ne vuole occupare in questo modo. È una medicina centrata sulla persona, innanzi tutto, ma è anche una medicina narrativa, interessata alla sua storia, ai suoi valori, ai suoi principi, alle sue esperienze, al suo retroterra, alle sue emozioni.

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Emozioni e presenza

Quante tecniche conosce per imparare a essere consapevoli delle emozioni che si muovono in noi e quali considera più efficaci?

Di tecniche ce ne sono tantissime, ne ho applicate varie che hanno una validazione scientifica o clinica. In realtà tutte queste tecniche funzionano perché richiamano l’individuo alla presenza, a stare nell’adesso e a lasciare andare quella parte della mente che giudica e che crea aspettative, oppure che rimugina sul passato.

Il segreto è stare nel “qui e ora”?

Sì. A seconda della sensibilità personale di ognuno che può essere più portato per la Mindfullness, per il Focusing, per la PSYCH-K® tanto per citarne alcune, la presenza è l’unica cosa che aiuta. So bene che è difficilissimo perché comporta il fatto di trascendere la mente, di andare oltre quell’attività pensante che abbiamo molto distorta e che nella nostra società è diventato l’unico strumento: passiamo il tempo a occuparci dei nostri pensieri che vanno sempre o verso il passato o verso il futuro. Solo nell’adesso puoi sviluppare la consapevolezza che sotto tutto questo c’è una parte di te che è al di là, che è molto profonda e che si sta costantemente costruendo al di là dei pensieri.

Si riferisce all’anima?

La consapevolezza che ognuno di noi abbia un destino già segnato, che per quanto tu possa decidere di cambiare delle cose, da una strada o da un’altra andrai sempre dove devi arrivare, ti fa cambiare stato. L’idea che ci sia un’anima, come diceva Jung, che esista cioè un Sé più profondo della mente che è connesso alle immagini, ai sogni, alle dimensioni al di là del tempo e dello spazio, questo Sé e quest’anima si stanno sviluppando secondo un volto presente in te, come la pianta è già presente nel seme. Ecco, noi dovremmo vivere in questa fiducia, in questa fede, in questa sfida per cui io sono già quello che devo essere e mi svilupperò secondo ciò che dovrò essere, mentre noi siamo sempre gravati dall’idea di dover essere qualcosa per forza. C’è una poetessa che io amo molto, Chandra Livia Candiani che una volta disse una cosa che mi colpì molto: “bisognerebbe fare come i bambini e gli animali che fanno tutto quello che fanno non apposta, cioè lo fanno senza un perché. Lo fanno e basta perché è la loro natura”.

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Tim Roth ©Gage Skidmore via Visual hunt

A proposito di emozioni, sto guardando la prima stagione della serie Tv “Lie to me” in cui il protagonista, impersonato dal bravissimo Tim Roth, utilizza il metodo per il riconoscimento delle emozioni messo a punto da Paul Ekman. So che lo utilizza anche lei con ottimi riscontri. Me ne vuole parlare?

Conosco molto bene quella serie e le posso dire che la prima stagione è stata sceneggiata proprio con l’aiuto di Ekman che ha fatto da consulente. Se lei va sul suo sito vedrà che lui ha pubblicato tutti gli errori che ci sono in “Lie to me”. Il metodo per il riconoscimento delle espressioni emotive che ha messo a punto è davvero affascinante e permette di fare una lettura del non verbale che è rivelatoria. Quello che trova nella serie è veritiero, ma la differenza con la realtà è che Tim Roth in dieci minuti ha già capito tutto, mentre servono numerose sessioni e l’analisi dei dati deve essere sempre estremamente capillare. Di per sé i concetti presenti in “Lie to me” non sono errati ed è così che si procede, ma i casi nella realtà non si risolvono mai in quaranta minuti.

Perdono e corpo

In Anatomia della Coscienza Quantica scrive che è possibile “perdonare” l’insorgenza di una malattia. Può spiegarmi meglio questo concetto?

Perdono è una parola molto abusata, viene da un portato religioso che non ha nulla a che fare con l’uso che ne facciamo noi a livello psicologico: noi non pensiamo infatti che ci sia una colpa che qualcuno deve rimettere. Il perdono è piuttosto un movimento interiore della psiche che però tocca lo spirito. In questo modo permettiamo a qualche cosa che la mente giudica come negativa di far parte di noi. Gli permettiamo di esistere dentro di noi ed è un po’ diverso dall’accettare.

In che senso è differente?

L’accettare rimanda a qualcosa di rassegnato, a qualcosa che ha a che fare con il subire. In realtà il perdono è un movimento attivo dell’io che prevede che io accolga come parte di me qualche cosa che apparentemente non è buona, che non voglio. E qui si inserisce il tema della malattia. Noi siamo abituati a pensare a essa come a qualcosa di male: “perché proprio a me”, “la mia vita è rovinata”, in realtà a volte prima di avere capito il senso più profondo che ha nella nostra vita, con il perdono le permettiamo di essere parte di noi.

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In Poiesis. Psicoterapia in poesia afferma che le persone che iniziano percorsi di consapevolezza possono ritrovarsi in un circolo vizioso fatto di corsi e seminari che però non risolvono i loro problemi. In questo caso lei propone il perdono quantico che, cito testualmente, “lascia andare il passato nella forma più potente perché istantanea, secondo la concezione (che era già di Jung in realtà) per la quale catalizzando l’energia sufficiente può bastare anche un solo istante per riparare secoli”. Quali blocchi interiori è capace di smuovere con tale potenza?

Smuove qualsiasi blocco. Io lo chiamo perdono quantico, ma si potrebbe chiamare in mille modi diversi. Adesso la fisica quantistica, che pure è una teoria validata ma pur sempre una teoria confutabile, sta facendo luce su molti aspetti anche spirituali. Adesso lo chiamiamo così perché stiamo assistendo a questa integrazione di mondi. Nella fisica quantistica c’è il salto quantico di un elettrone da un livello a un altro per un incremento di energia. Esso riceve dell’energia e salta a un livello energetico superiore, così anche noi – allo stesso modo – se riceviamo un incremento di energia possiamo fare un salto di coscienza e spostarci su un altro piano, cioè su un’altra prospettiva. Tradotto nei termini del perdono se prima abitavi nel piano di coscienza della vittima, con un passaggio di stato potresti saltare su un piano di coscienza in cui tu non capisci fino in fondo il senso di quello che è accaduto, ma tuttavia da qualche parte intuisci il senso di questa esperienza adatta a rivelarti qualcosa di te.

Si può perdonare in una seduta?

Come diceva Jung, se una persona ha l’energia sufficiente può essere curata in un solo incontro e io tendo a questo, ma non è sempre detto che accada. Ho capito finora che il parametro è quanta energia si riesce a liberare in quella seduta. Da quello che ho capito ciò che consente il rilascio dell’energia sono le emozioni. Quando riesci a mobilizzare emozioni represse, emozioni bloccate, emozioni inconsce in modo così intenso da far salire l’energia, allora tu disponi di così tanta energia libera da fare un salto quantico di coscienza. Tanto più intensa è l’emozione, tanto più intenso è il salto quantico.

Che cosa libera le emozioni?

Soprattutto il lavoro corporeo. Quanto cioè tu riesci a produrre nel corpo l’esperienza corporea di quell’emozione. Proprio per questo abbiamo messo a punto delle sessioni congiunte in cui lo psicoterapeuta lavora con l’osteopata, il fisioterapista o la danzaterapeuta.

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Resistenza alla vita

Lei sostiene che ciò che temiamo è anche ciò di cui abbiamo bisogno. È una regola che vale sempre?

Direi abbastanza spesso perché in ciò che temiamo c’è l’indizio del nostro conflitto, di ciò che ci sta catturando. Vede, il punto è che al di sotto di ciò che pensiamo c’è una parte di noi misteriosa, profonda. Noi stiamo tanto meglio quanto più siamo in contatto con l’anima, quanto più permettiamo all’anima di prendere padronanza della nostra vita, di prenderne il comando. Ovviamente per fare questo bisogna avere una certa capacità di affidarsi, di lasciarsi andare. Tutto ciò che ci impedisce di fare questo ci rallenta, ci riduce l’energia, la vibrazione, la frequenza e il nostro potenziale.

Tutto ciò che non ci piace, tutto ciò di cui abbiamo paura ci fissa in un punto?

Sì e riduce la nostra energia perché noi siamo troppo impegnati a occuparci di quello. In questo modo non lasciamo che l’anima fluisca secondo le sue linee. Il più delle volte quello di cui abbiamo paura è anche quello che ci capita. Quante volte sentiamo di persone che dicono “spero proprio di sposarmi presto” e puntualmente a 40anni non hanno un compagno/a? Perché lì c’è il segreto del tuo conflitto. Se ti permetti di accoglierlo come tale, come ha spiegato molto chiaramente Jung parlando dell’ombra, la partita cambia. Invece di temere quella cosa o di proiettarla negli altri, me ne occupo perché so che lì dentro c’è un potenziale ancora inesplorato di me.

Amore e coppia

A proposito dell’amore, nel suo saggio Anatomia della Coppia lei scrive che quando il partner fa qualcosa che non ci piace in quel momento è il nostro più grande maestro. Ci si può preparare ad apprendere le lezioni che la vita ci riserva?

Sì, comprendendo che non c’è mai un partner veramente sbagliato. Ci può però essere una relazione che nasce come frutto dei tuoi irrisolti e quindi meno male che c’è, così tu li puoi vedere. Non è detto naturalmente che tu debba stare a vita con un compagno che non ti fa felice, ma il punto è: quando decidi di chiudere quella relazione, ti porti a casa qualcosa o la chiudi e basta come un’esperienza finita male? Quante persone hanno relazioni fallimentari, ma ripetute? In realtà non c’è mai un partner sbagliato, ma solo il partner che ti serviva in quella situazione per farti vedere dei lati di te che tu non vedevi. Quando una persona si prepara a vivere le avversità in questo modo ha delle buone chance nella vita di averne meno o comunque di viverle in modo meno pesante e fare in modo che finiscano prima.

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Come ha detto lei più resistiamo a qualcosa più essa si struttura…

Esatto. Questo lo spiega la fisica quantica. Il mondo delle particelle è un mondo di probabilità che diventano reali solo quando un osservatore le guarda, se tu quindi continui a guardare un problema e continui a ripetere che hai quel problema, quel problema rimane. Non è facile perché quando mi trovo in una situazione difficile sento tutta la difficoltà che ho nel disciplinare la mente: la tentazione è quella di pensarci, di parlarne, di trovare una soluzione razionale, ma facendo così il problema diventa sempre più solido. Questa cosa sta dicendo qualcosa di me che ancora non vedo, permetto che ci sia – il che è una forma di perdono – e così la lascio fluire più in fretta. Va via secondo una linea che è quella giusta. Il buon modo per prepararsi alla vita dovrebbe essere questo.

Esiste una coppia che non entra mai in conflittualità?

Mi auguro che non esista. Probabilmente in un piano ideale potrebbe anche essercene una che non entra in conflitto, ma credo che a quel punto non sarebbe una coppia. Due persone che sono pienamente risolte dentro se stesse forse non hanno neanche bisogno di crearne una. Anche nella coppia dell’unione, quella di cui parlo nei miei libri, ci possono essere dei conflitti che però non sono vissuti come nemici della relazione. Non sono vissuti come “tu sei sbagliato, tu non vai bene”, ma come: “ci si presenta questo specchio di qualcosa di noi che possiamo superare interiormente avviandoci verso un livello energetico più alto”.

Si può imparare a litigare in modo costruttivo?

Certo, presupponendo che in realtà non c’è nulla di personale in due che litigano perché non stanno litigando davvero tra loro. Ciascuno dei due litiga con se stesso, con delle parti di sé che non ha risolto, magari con la mamma, con il padre o con i portati della famiglia. Tra l’altro due persone che litigano non si vedono, sono come coperti da una coltre di proiezioni di altro genere.

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©arthursoares via Visual Hunt

Libertà dai ruoli

Sempre in “Anatomia della Coppia” scrive: “quando esco dal mio studio dopo anche dodici ore che sono stata la dottoressa Poli, camminando verso casa con Zoe al guinzaglio mi ripeto che io sono nessuno. Solo questo voglio donare a chi amo”. Perché sente il bisogno di azzerare ciò che la definisce?

Ho un amico e collega che una volta ha sognato Sri Aurobindo che gli diceva: “ricordati di non essere per essere. Non fare come me che alla fine sono diventato un guru”. Il punto è che ogni qualvolta tu rivesti un ruolo, ti sei limitato. Che il ruolo sia bello, che sia prestigioso, comunque ti sei limitato e siccome siamo anime infinite non è mai giusto farlo. Oltretutto finisci per convincerti che sei quello. Le persone dicono “io sono un architetto”, “sono un medico”. In realtà io faccio questa cosa perché mi sono definita in questo campo, ma non sono solo questo. C’è ben altro dentro di me. Il punto è la corrispondenza tra quello che sono e l’immagine. Non a caso “persona” in latino vuol dire maschera. Bisogna stare attenti perché l’immagine poi ti imprigiona, è fatta dalle aspettative di quello che gli altri hanno voluto da te. Di solito, in primis, i genitori. È che vivendo così il rischio è diventare schiavo di quello che gli altri si aspettano da te e di come ti vogliono vedere.

Pratica questo esercizio ogni giorno?

Ogni volta che posso. Jung diceva: datemi un uomo normale e io lo guarirò. L’idea è che ognuno di noi sia irripetibile e il terapeuta cerca di rendere ogni persona unica, ma se lui stesso si irrigidisce in un’immagine fissa non potrà aiutare la guarigione di nessuno. Io sono anche un personaggio un po’ mediatico e quindi sono molto attenta a difendere la mia privacy. Il rischio altrimenti è che gli altri proiettino su di te le loro aspettative e se non dai loro l’immagine di te che si aspettano, le deludi. Credono che grazie a te, in maniera un po’ miracolistica, faranno un cambiamento. In realtà il cambiamento lo può fare solo ogni persona per sé. Tu puoi essere solo un catalizzatore. La dinamica della delusione è veramente insidiosa e io cerco di azzerarla ogni volta che posso, mi viene abbastanza facile perché, paradossalmente, nonostante io faccia tanta divulgazione sono una persona molto riservata e che ama anche la solitudine.

L’esercizio dell’azzeramento del ruolo dovremmo farlo tutti?

Certo, perché tutti siamo investiti dalle proiezioni degli altri. Se l’immagine ci cattura, se rimaniamo dentro un ruolo, ci perdiamo tutto quello che di più bello e di misterioso è ancora di noi.

Erica Francesca Poli è medico psichiatra, psicoterapeuta e counselor. Riceve a Milano presso EFP Group -Centro di Terapie Integrate. Membro di società scientifiche, tra cui IEDTA (International Experiential Dynamic Therapy Association), ISTDP Institute e OPIFER (Organizzazione Psicoanalisti Italiani Federazione e Registro), annovera un’approfondita ed eclettica formazione psicoterapeutica che le ha fornito la capacità di affrontare il mondo della psiche fino alla spiritualità, sviluppando un personale metodo di lavoro interdisciplinare e psicosomatico. I suoi video-corsi sono disponibili su Anima TV.